Rassegna storica del Risorgimento
DEPRETIS AGOSTINO
anno
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1965
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pagina
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160
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160 Giuseppa Talamo
iniziativa del proprietario, non comportavano un correlativo aumento dell'imposta.1)
In una simile economia avrebbero potuto dare un adeguato profitto soltanto le grandi proprietà,2) capaci di creare ampie cascine dotate di proporzionali casamenti, di cortili, di portici per battere il grano, di brillatoi, di granai, di stalle, di fienili, di locali per la fabbricazione e la conservazione del formaggio . 3) E infatti nella pianura lombarda che occupava il 50 del territorio dell'intera regione, ma ospitava il 66 della popolazione la grande proprietà (quella cioè oltre i 40 ettari) occupava, nel Settecento, il 65,7 del suolo, la media il 25,3 e il 9 si trovava suddiviso in piccole quote tra l'82 dei proprietari.4)
D'altronde, per condurre aziende agricole di cosi vasto respiro era indispensabile l'impiego di considerevoli capitali che spesso i proprietari non possedevano. Se si tien conto anche della prevalente abitudine di questi a vivere in città,5) ci si spiegherà la fondatezza del giudizio di Ja-
*) Cfr, G. CATTANEO, Notizie naturali e civili su la Lombardia, cit., p. 416.
*) Cfr. C. CATTANEO, Notizie naturali e civili su la Lombardia, cit., p. 424: Nella pianura irrigua un podere che non avesse certa ampiezza non si potrebbe coltivare con profitto, perchè richiede complicate rotazioni, colture molteplici, difficili giri d'acque... .
3) S. J ACINI, La proprietà fondiaria e le popolazioni agricole in Lombardia, Milano-Verona, 1856 2, p. 244.
*) M. ROMANI, L'agricoltura in Lombardia dal periodo delle riforme al 2859, cit., p. 60.
La provincia di Pavia presentava una marcata tendenza alla concentrazione della proprietà in un numero sempre più ristretto di proprietari: tra il 1838 e il 1850 a un aumento della popolazione dcll'8,78 (da 157.022 a 170.807) corrispose una diminuzione del numero delle ditte che passarono da 15.525 a 14.774 (S. J ACINI, La proprietà fondiaria e le popolazioni agricole in Lombardia, cit., p. 95).
3) Nella pianura irrigua <c ogni podere forma un considerevole patrimonio. La famiglia che lo possiede è troppo facoltosa per appagarsi di quella vita rurale e solitaria, in luoghi non ameni; dimora dunque in città, villeggia sugli aprichi colli e sui laghi; e sovente conosce appena per nome il latifondo che la nutre in quell'ozio (C. CATTANEO, Notate naturali e civili su la Lombardia, cit., pp. 424-425).
Considerazioni assai simili sull'abitudine dei proprietari lombardi a vivere in città fai S. J ACINI (La proprietà fondiaria e le popolazioni agricolo in Lombardia, cit., p. 81): Fu già osservato che i popoli latini, gli Italiani, gli Spagnoli, ì Francesi, considerano la campagna e come villeggiatura e come un esilio. La lingua latina ci ha tramandato la parola urbanità da urbe per indicare abitudini di educazione e l'altra di villano por esprìmere un nomo rozzo, parole che non si potrebbero tradurre letteralmente in alcuna delle lingue germaniche, appunto perchè i popoli germanici sentono vocazione e rispetto per la vita dei campi. In Lombardia i proprietari quando abbiano raggiunto una certa agiatezza si rifugiano nelle città. Fanno eccezione alla regola alcuni territori ad oriento dell'Adda, dove però quel ceto non abita veramente la campagna, bensì le borgate. La maggior parte dèi proprietari assai di rado attendo alle occupazioni agronomiche per amore, ma per solo interesse. Per cui il tipo che corrisponderebbe al gentiluomo inglese di campagna, che ama vivere isolato in mezzo ai suoi poderi, è quasi sconosciuto fra noi .
Preoccupazioni per la tradizionale incomprensione di quanti vivevano in città verso 1 problemi del mondo agricolo aveva manifestato anche CESARI: CORRENTI in uno