Rassegna storica del Risorgimento

CIRCOLO ITALIANO DI GENOVA; REPUBBLICA VENETA 1848-1849
anno <1965>   pagina <210>
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Emilio Costa
scrisse a mìa moglie disapprovando: feci rispondere che aspettasse un anno prima di giudicare: tanno non è ancora passato, e tuttavia non temerei ch'ella giudicasse
oggi-Tutta questa chiacchierata è per mostrarti che non son io che abbia bisogno del
tuo perdono* ma tu del mio. Edio ti perdono, perchè so che le intenzioni furono buone,
e che facesti il male credendo fare il bene.
Ringrazio col cuore l'Eccellenza tua e la cittadina Bianca per quanto operaste
ed operate costi a prò* di Venezia, *) Superfluo ch'io vi raccomandi di perseverare.
Ma quello che debbo raccomandarvi caldamente è d'insistere perchè il milione con
tanta pompa promesso da Genova ci sia finalmente inviato: che non resti una mera
liberalità di parole, una millanteria ridicola, una derisione crudele. Poiché è mestieri
che sappiate che senza danaro noi non possiamo assolutamente tirare innanzi, e,
se avessimo avuto un popolo meno generoso 2) non avremmo potuto durare né pur
fin oggi. Sarebbe vergogna eterna per l'Italia che ci lasciassero ricadere in mano
dell'Austria per difetto di danaro.3)
*) H Rebizzo non aveva perduto tempo, e non aveva trascurato occasione per con­tribuire a soccorrere Venezia. Tornato a Genova, aveva immediatamente cercato di far voce sul problema veneto* e sulla necessità di trovare i mezzi per aiutarne lo scopo. Il 27 agosto 1848 aveva chiesto al nuovo Governo i più ampi mezzi per aiutare i profughi veneti, ed invocò solennemente soccorsi per Venezia, per la quale egli si era fatto malle­vadore della buona fede e del disinteressato amore dei Liguri e dei Subalpini . (Esposto del Rebizzo nel fascicolo 3144 dell'Istituto Mazziniano di Genova; Cfr. A. DEPOLI, La missione Rebizzo, cit., pp. 663-680). Al Congresso Federale di Torino il 15 ottobre 1848 lesse un discorso sul dovere e la necessità di soccorrere Venezia, che è un esplicito incita­mento alla guerra (Fascicolo 3131 dell'Istituto Mazziniano di Genova).
2) Sulla generosità del popolo veneziano il Manin si era già espresso in altre occasioni e con diversi amici. In una lettera del 20 agosto 1848 scriveva al Tommaseo: Il contegno di onesto popolo è veramente ammirabile. Egli ricambia con fiducia piena la fiducia che in lui mostra il Governo. Ai sacrifici gravissimi che gli vengono imposti come quello di dar tutta l'argenteria, egli si presta rassegnato, e direi quasi giocondo come chi compie un dovere gradito (Cfr. ALBERTO ERRERÀ, Daniele Manin e Venezia, Firenze, 1875, p. 479). In una lettera del 2 settembre 1848 a Gino Capponi, così afferma: La popolazione si assoggettò volenterosa agli enormi sacrifici che le furono imposti: ora ella diede tutto, e non le resta più nulla da dare (Cfr. Lettere di Gino Capponi e di altri a luì raccolte e pub­blicate da ALESSANDRO CARRARESI, Firenze, 1890, voi. VI, p. 298).
s) Il grido del Manin era giunto ormai ai maggiori esponenti della politica: l'allarme che aveva fatto sentire a tutta Italia era sempre più intenso. Già al Capponi nella lettera del 2 settembre aveva detto: * Se i governi ed i popoli d'Italia non soccorrono prontamente, largamente Venezia nelle suo necessità pecuniarie, Venezia perisce. Questo angoscioso grido alza per mia bocca Venezia, e lo indirizza a tutta Italia. Nò Italia potrà essere indi­pendente e libera, se Venezia perisce (Cfr. Lettere di Gino Capponi, cit., p. 298). Tuttavia, se Genova ritardava, Roma e Firenze non facevano di piò; Terenzio Mainimi i il 4 settembre 1848 rispondeva da Roma al Manin con dolore, perchè poco o nulla poteva giovare alla Balate di Venezia, che oggi grandissima parte della salute comune d'Italia (A, ER­RERÀ, op. cit., p. 480), 11 Monitielli gli rispondeva da Firenze 1*8 novembre 1848: Vor­remmo non con parole, ma con atti efficaci rispondere al vostro saluto. La rampogna che fate, non che alla Toscana, all'Italia tutta, pur troppo è meritata. Il vostro maggior bisogno non è d'uomini, ma di denari; e noi vi soccorreremmo degli uni e degli altri, se al volere fosse eguale la potenza... Oh si, sarebbe vituperio elio doveste cadere per indifferenza degli Italiani (Cfr, A. EKHBKA, op. cit., p, 494),