Rassegna storica del Risorgimento

ARCHIVIO COMUNALE DI CERVIA DOCUMENTI; ITALIA NAPOLEONICA
anno <1965>   pagina <246>
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Umberto Foschi
La Municipalità di Cervia risulta, all'inizio, composta di elementi moderati, desiderosi di non far nulla che possa dispiacere al loro vescovo: runico giaco* bino della città era Carlo Ressi, fratello maggiore di Adeodato, che, per motivi personali, nutriva una certa animosità nei riguardi del vescovo. Quando mons. Gazzola se lo era trovato di fronte come incaricato della requisizione di oggetti sacri, aveva lasciato la sua residenza di Cervia per quella di Massafiscaglia, nella porzione ferrarese della sua diocesi. I Municipali, che si erano sempre consigliati con lui nei momenti di maggior difficoltà e che avevano avuto da lui 1250 scudi dei 5372 a cui ammontava la tangente imposta dai Francesi al loro primo arrivo in Romagna, gli scrivono spesso per avere i suoi consigli, specie quando il 14 giugno 1797 giunge l'ordine di sopprimere i due conventi della città. Per quello dei Minori Osservanti di Sant'Antonio fanno osservare all'Amministrazione centrale che occorre fate un'eccezione, perchè la città è scarsa di clero : ... lo brama per il soccorso spirituale delle anime e lo deve meritare per essere, un po­polo all'intiera provincia dell'Emilia necessario ed utile... . *)
Per l'altro degli Agostiniani, i Municipali avevano un progetto, probabil­mente suggerito dal vescovo: quello di fondarvi un seminario. Non ascoltano i consigli del cittadino Giovanni Mazzolani, che li esortava a chiedere un ospedale, ed insistono ripetutatamente presso la Centrale per il seminario dove educare la loro gioventù. Ma l'Amministrazione centrale decide per l'istituzione di un ospedale cittadino. Nel maggiogiugno 1797 avvenivano ovunque le prime vendite di beni ex ecclesiastici. I Cervesi indugiano a lungo prima di accingersi a tali vendite e, intanto, protestano coU'Amministrazione centrale perchè le Municipalità di Ravenna, Cesena, Meldola pretendono di disporre dei beni dei loro ex conventi posti nel territorio cervese. Quando sanno che l'arcivescovo di Ravenna e il vescovo di Rimini hanno concesso alle rispettive Municipalità licenza di vendere tali beni, scrivono al loro vescovo perchè ottenga loro simile facoltà. Insistono nella richiesta quando Giovanni Mazzolani suggerisce loro di approfittare della possibilità di vendere beni nazionali per liberarsi dei loro debiti ammontanti a scudi 10.350. I creditori della Municipalità erano fra le più. ricche famiglie di Ravenna e di Forlì, quali i Pasolini, i Raspoui, i Cavalli, i Bonanzi, i Pantoli, il banchiere ravennate Domenico Baronio, unico che si dichiarava disposto ad avvalersi di qualche fondo nazionale per estinguere il proprio credito.
Finalmente, con lettera del 21 settembre 1797, il vescovo concede la facoltà richiesta ed i beri ex ecclesiastici vengono messi all'incanto il 2 ottobre. Chi profittava delle vendite era l'ex marchese Alessandro Guiccioli, incaricato a Ravenna dall'Amministrazione centrale di ottenere denaro in qualsiasi modo, ed egli aveva inteso tale mandato più per arricchire se stesso che per rifornire le stremate finanze del Governo. Le lettere che il Guiccioli invia alla nostra Municipalità mostrano come egli cercasse d'impedire la vendita di beni ad altri, per profittarne lui stesso. Era entrato a far parte di una società, fondata dal Baronie, che il 18 settembre 1797 comprava tutti i beni del monastero di Porto: un affare che risultò un imbroglio per varie comunità e specie per l'Amministra­zione centrale. Danneggiato fu anche Francesco Antonio Monti, che si rivolse
a) Registro delle Ietterò dalli 13 Febbraio 1797 a. I della Rep. Cispadana olii 21 Frimaire, p. 68.