Rassegna storica del Risorgimento
ARCHIVIO COMUNALE DI CERVIA DOCUMENTI; ITALIA NAPOLEONICA
anno
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1965
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pagina
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252
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252 Libri e periodici
mento, schiettamente libertario ed alfieriano, di aborrimento istintivo e radicalo del tiranno: tale, e non altri menti, gli apparo Napoleone fuggiasco dall'Elba. Dinanzi al proclama di Kimini egli è freddo, né soltanto per una realistica valutazione dell'impotenza sostanziale di re Gioacchino, ma specialmente per la sua prospettiva di soluzione esclusivamente federale e quindi, in quel particolare momento, diplomatica, di gabinetto, di gusto austrofilo, vorremmo dire, della questione italiana. Un'Europa dell'equilibrio, del sistema, del concerto, 6 quella che il Pellico vagheggia nei giorni di Waterloo: ma un'Europa è qui la spia del suo già vivissimo sentimento d'intolleranza dinanzi al burocratico e poliziesco paternalismo austriaco che abbia a Londra il suo onnipotente ago della bilancia, che si liberi una buona volta degli sconvolgimenti radicali e delle imprevedibili impennate core olla politica francese. La rivoluzione, s'intende (e questo bastava a distaccare consapevolmente il Pellico dall'atmosfera bigotta e retriva di Torino) qualcosa d'irreversibile su cui non mette conto di tornare con dissennate immaginazioni da emigrali: anzi, ciò che il Pellico foscolianamente biasima con maggiore irruenza in Napoleone è proprio questo suo venir meno ai postulati rivoluzionari di liberazione, di dignità ed eguaglianza umane, con l'essersi fatto despota. Svolgere dunque i frutti della rivoluzione, il suo spirito animatore più ancora che i suoi ordinamenti istituzionali: ecco la sfumatura che distacca ulteriormente il Pellico dai circoli anche più illuminati e spregiudicati della Restaurazione preponderante. Il suo sodalizio con Di Breme e Borsieri, già strettissimo al cadere del 1815, la nota e fortemente serbata amicizia per l'esule Foscolo, il giudìzio disdegnoso più volte portato, pur nell'urbanità delle relazioni con lui, sulla leggerezza volubile e permalosa del Monti, tutto ciò definisce non soltanto un temperamento morale ed un'opinione culturale ma anche una maturità politica assai sviluppata, che sa valutare efficacemente il significato radicalissimo del Regno Italico soprattutto per Milano e ne proietta con vigore le prospettive nel futuro. La coscienza di un mutamento drastico intervenuto nel gusto e nel costume, e quindi un'attenta e partecipe adesione agli umori della società contemporanea, sono cose vivissime e rimarchevoli nel Pellico, anche nel campo dottrinario dei principi circa la querelle romantica, risolta in un detcrminato senso appunto alla luce di un certo irresistibile atteggiamento sociale prima ancora che culturale. Pellico, come s'è detto, non trasfonde nell'azione questa sua assai lucida coscienza, preferisce Bchermcggiare alquanto capziosamente intorno alla vocazione religiosa del fratello Francesco proprio mentre prende la contessa Matilde a soggetto d'una tragedia a fondo assai oleograficamente patriottico. Questo è indubbiamente un suo limite considerevole, aggravato da un certo scetticismo moraleggiante che degrada spesso nel bacchettonismo vero e proprio, anche in questo periodo di anticlericalismo alquanto declamatorio e di maniera del Pellico Limite psicologico, ripetiamo, di chi non ha ancora trovato la sua strada: ma che mostra anche come il Pellico, pur nella sua assidua possibilità d'osservazione e nel suo appassionato interesse, non avvertisse in realtà la natura nuova, dettata da una rivoluzione non meno radicale di quella francese, dell'ambiente economico che dinamicamente gli fermentava intorno. Egli sente fortemente il giogo della censura, interpreta acutamente il ruolo di un Sismond i o di un Constant nella moderna cultura europea, tende l'orecchio con attenzione ed allarme alle vicende politiche d'oltralpe, ma tutto ciò sempre filtrato attraverso una prospettiva culturale e talora semplicemente letteraria che sembra isolare il Pellico dalla Lombardia nell'atto stesso in cui egli si stadia di cogliere gli atteggiamenti più nuovi di quella società d'avanguardia in cui del resto egli vive. Volto al futuro come egli è con l'intenzione, e diciamo pure con Pappassionamento di un animo sensibilissimo, Pellico ragiona peraltro e reagisce e valuta su schemi mentali antiquati persino in quel campo letterario In cui coin.ba1.te in prima persona la sua battaglia, e dove il pregiudizio del patetico e dell'esemplarità nei caratteri della tragedia non lo abbandona, e lo induce a fare le sue riserve sul Carmagnola solo ed appunto per quanto concerne certa prosaicità realistica prediletta dal Manzoni. Perfezionamento sociale, idee costituzionali, sta bene: ma il Pellico si mostra lontano ed estraneo proprio rispetto agli uomini, un Porro o un Romagnoli, che su vie diversissime avrebbero potuto rappresentare la soluzione concreta di quelle formule. Non per nulla l'intelletto lucidissimo e caustico, ma per turni versi an-