Rassegna storica del Risorgimento

ARCHIVIO COMUNALE DI CERVIA DOCUMENTI; ITALIA NAPOLEONICA
anno <1965>   pagina <256>
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256 Libri e periodici
dal novembre 1848, che governava l'Austria con tendenze schiettamente reazionarie, nutriva la piena eertezza che il Piemonte, dominato, a suo avviso, dal radicalismo trion­fante, non avrebbe superato la crisi e soltanto amicandosi con Vienna sarebbe riuscito a consolidare l'ordine legale e a ridare il benessere e la prosperità alla propria popolazione E in effetti al eonte Rodolfo Apponyi, nominato titolare della Legazione di Torino, ove giunse 111 dicembre 1849 (un diplomatico discendente da una grande casata, abbastanza esperto, ma non di larghe vedute), nelle istruzioni impartitegli per iscritto gli descriveva il Piemonte come un paese che dopo il colpo di grazia sul campo di battaglia di Novara per il risorgere delle antiche discordie e gli odii secolari era ormai ridotto ad una ge­nerale disorganizzazione ; e lo invitava ad essere attento osservatore assumendo per altro un atteggiamento del tutto passivo di fronte ai partiti che si contendevano in Piemonte il terreno , ma facendo chiaramente intendere al He e al suo primo ministro che l'Au­stria era sinceramente intenzionata di stendere un velo sul passato e di ristabilire i reciproci buoni rapporti, ma, sia ben inteso (e di qui originarono i primi dissensi) sempre sulle basi intangibili del trattato di pace firmato a Milano, e di concorrere a combattere ogni movimento ohe tendesse a favorire nello Stato il disordine e ad alimentare l'anarchia . L*Apponyi fu nei primi giorni accolto con la dovuta cortesia e anche la sua consorte incontrò nei circoli aristocratici simpatia benevola; ma ben presto si accorse che la situa* zione interna era alquanto diversa da quella prospettatagli dal suo capo: non erano in­vero sopite le turbolenze degli estremisti, ma il d'Azeglio e lo stesso Vittorio Emanuele, dai quali fu prontamente ricevuto in udienze distinte per la presentazione delle creden­ziali, si palesarono ben decisi, senza alcuna reticenza, a difendere ad ogni costo la costitu­zione senza l'ausilio di nessuna potenza estranea. E le diffidenze ei dissapori si iniziarono pochi giorni dopo per l'applicazione delle norme del trattato di pace e precisamente sulla questione dell'amnistia, del rimpatrio degli emigrati politici lombardo-veneti, che l'Au­stria considerava traditori e per i quali nutriva un odio quasi perverso, sulla neutralizza­zione dei cittadini appartenenti alle Provincie già unite nel 1848 al regno di Sardegna: una lunga e intricata questione, sui cui particolari non possiamo soffermarci (si trascinò sino al 1856 con tristi episodi soprattutto, come vedremo in seguito, per la tenace cocciuta negazione del Radetzky). L'Apponyi ben tosto si vide lasciato mano a mano in disparte (il d'Azeglio più avanti, con l'inasprirsi della contesa e di altre successive, cercherà so­vente pretesti occasionali per non riceverlo), gli emigrati eviteranno d'incontrarsi con lui, gli stessi incaricati d'affari delle altre Potenze (esclusa la Prussia) lo tratterranno con crescente sussiego. E che il Piemonte non desiderasse per nulla amicarsi con Vienna, anzi, aspirasse a lavar l'onta di Novara a tempo opportuno, n'ebbe prova sicura un mese o poco più dal suo arrivo a Torino, quando, alla Camera, contro l'opposizione che voleva una riduzione dei quadri dell'esercito reagì violentemente il Dabormida, suscitando gli applausi della maggioranza con l'affermazione che non ridotti, ma aumentati, se mai, si sarebbero dovuti, poiché l'esercito doveva essere sempre pronto per una nuova guerra. E il 2"> febbraio il d'Azeglio, che sin dai primi contatti avuti con lui VApponyi aveva rite­nuto un convinto conservatore, con sua grande sorpresa e palese indignazione, condivisa naturalmente dal governo imperiale, presentava alla Camera il progetto sulla soppres­sione della giurisdizione ecclesiastica in materia civile, preparato dal ministro Siccaxdi, progetto che, benché giusto, poiché stabiliva la parità davanti alla legge e rispondeva a due articoli dello Statuto (il 24 e il 71) che abrogavano la Convenzione del 1841, suscitò le ire di Roma, del clero reazionario e dei conservatori e, come è ben noto, persino l'animo del Re no fu coltalo, poiché era un credente convintissimo, tanto che a stento, anche perche superstizioso, ai lasciò smuovere dalle .minacce del nunzio apostolico e dagli scongiuri della madre venerata a consentire (ma vi influì anche il timore dello dimissioni dell'iutiero gabinetto) che fosse discusso in Parlamento, ove, a grande maggioranza, fu appro­vato contrariamente alle pessimistiche previsioni dell'Apponyi, ohe aveva espresso aper­tamente al d'Azeglio il profondo dissenso del ministro austriaco dogli Interni e suo per­chè le così dette leggi del Siccardi (compresa quella che il Siccardi si proponeva di presen­tare quanto prima circa il matrimonio civile) offendevano non solo tutte le coscienze cat-