Rassegna storica del Risorgimento
ARCHIVIO COMUNALE DI CERVIA DOCUMENTI; ITALIA NAPOLEONICA
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1965
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265
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Libri e periodici 265
alla relazione Moscati (a cominciare dal sopraricordato intervento del Pavone) confermò l'opportunità dell'impostazione di questa, finendo non soltanto con il testimoniare la persistenza dei contrasti d'interpretazione e di metodologia) ma anche e fu la cosa più importante con il chiarirne t fondamenti ed i termini attuali*
A proposito dei rapporti tra i cosiddetti vincitori e i cosiddetti vinti della battaglia per la creazione e per la strutturazione dello Stato unitario italiano, il Moscati (in polemica con la storiografia più recente che, rompendo il quadro tradizionale* ne aveva sottolineato i violenti dissidi) ricordò le comuni radici storiche e ideologiche delle due correnti fondamentali del Risorgimento , il loro apparentamento da parte di reazionari e legittimisti aborrenti ugualmente la setta e le mene di un Napoleone HI o di un Cavour e di un Mazzini o di un Garibaldi, e il naturale decantamento delle rispettive impostazioni polemiche di fronte ai difficili problemi della realtà quotidiana del nuovo Stato, soprattutto quello dei rapporti con la Chiesa.
I veri vincitori e i veri vinti, per conseguenza, sarebbero stati piuttosto, rispettivamente, le nuove forze politiche degli unitari sia radicali sia moderati e le vecchie forze politiche antiunitarie della reazione e del legittimismo. Senonchè, la sostituzione della contrapposizione tra radicali e moderati con la contrapposizione tra unitari e anthuutari (a parte il rischio di una riesumazione del quadro idilliaco accreditato non senza fondamento dalla storiografia ufficiale post-unitaria, ma dalla storiografia di questo dopoguerra con molto maggior fondamento definitivamente infranto), comporterebbe il risospingimento dell'attenzione e del giudizio storico dai problemi dell'organizzazione e della direzione dell'Italia unita al problema più propriamente risorgimentale della unificazione e della liberazione dell'Italia divisa e oppressa, e quindi una sostanziale modifica dei termini stessi dell'annoso dibattito intorno alla riuscita o al fallimento della rivoluzione risorgimentale.
Oggi invece (a meno che non si vogliano prendere in considerazione le residue asfittiche nostalgie di pochi isolati per l'ordine preunitario), nessuno pone in discussione il valore positivo del fatto dell'unità, mentre ferve vivace ed appassionante e pare lungi dalla conclusione il dibattito sul modo in cui quell'unità fu raggiunta, sul modo, sulle motivazioni e sulle conseguenze della sua estensione dal campo puramente politico-territoriale a quello dell'amministrazione, delle finanze, delle forze armate e delle stesse leggi civili, nonché sulla politica che, nella nuova cornice tecnicoorganizzativa e nel quadro condizionale creato da fattori interni e internazionali, la classe dirigente dello Stato unificato impostò nei vari settori, principalmente in quello economico-sociale (politica meridionalistica, politica scolastica, ampliamento della base sociale dello Stato e decisioni più propriamente inerenti allo sviluppo economico).
Dati questi presupposti e questi orientamenti (che sono poi quelli di tutta la tradizione critica del Risorgimento) non sorprende se la storiografia recente ai fini della valutazione complessiva della rivoluzione risorgimentale e della storia unitaria anteponga al parametro della unificazione territoriale, dell'indipendenza politica e dello stesso ordinamento liberale quello del progresso economico-sociale e dell'articolazione democratico-civile dello Stato unificato e liberalizzato cento anni fa. Se poi l'associazione del dibattito su questo tema con il rapporto dialettico tra moderati trionfatori e democratici sconfitti da o meno metodologicamente giustificato o se l'identificazione ricordata quasi in apertura di relazione dal Moscati di questi con i campioni del progresso, della democrazia, dell'autonomia regionale e della socialità e dei moderati con gli imbrigliatori del progresso e i soffocatori* di ogni fermento di vita nuova sia o meno storicamente fondata, questo h un discorso molto diverso, che forse può condurre all'invalidazione dei presupposti metodologici e storici di certe impostazioni e ricostruzioni storiografiche, ma che certo non potrà giungere a legittimare il ripristino sia pure parziale della vecchia raffigurazione idilliaca.
In verità, cóme l'accertamento dei limiti e delle incapacità comuni a entrambe le correnti risorgimentali (es. dottrinarismo o astrattismo* incompetenza tecnica e impreparazione teorico, ignoranza del problemi meridionali e incapacità ud incidere su deter-