Rassegna storica del Risorgimento

AUSTRIA-UNGHERIA RELAZIONI MARITTIME CON L'ITALIA 1913; GERMANI
anno <1965>   pagina <344>
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344 Mariano Gabriele
opposta da sola alle squadre francese e inglese riu n i t , atm una superiorità nei suoi confronti espressa dal rapporto di 10 : 3, e pertanto inevitabil­mente condannata ad una distruzione totale. !) Si concludeva quindi con un monito assoluto, affermando che, qualora non si fosse ottenuto il con­corso della flotta austroungarica, non si sarebbe potuto scegliere che ima di queste due soluzioni:
0 cambiare la Marina, mettendola in relazione alla politica; o cam­biare la politica, mettendola in relazione alla Marina .
1 ) Questo atteggiamento dell'Austria sarebbe per noi fonte di immenso perìcolo, giacché la vecchia convenzione non considerava nemica che la sola Francia (senza nomi­narla essendo allora l'Inghilterra tuttora appartata nella sua splendid isolation , e non essendo ancora apparse le dreadnoughis, che hanno completamente sovvertito la relatività del potere marittimo delle varie nazioni. Oggigiorno non è solo l'urto della Francia, bensì quello di Francia e Britannia alleate in Mediterraneo, che verrebbe a portarsi tutto intero: contro la nostra flotta in Tirreno, sia essa concentrata a Messina, a Spezia o a Taranto. Possiamo dire senz'altro che in tal caso la flotta italiana e le coste sarebbero irremissibil­mente sacrificate: giacché allo stato attuale delle cose, anzi ammettendo per noi già pronte le dreadnoughis varate o prossime al varo (ed esprimendoci in dreadnoughis come unità di misura) si avrebbero, in Mediterraneo:
Francia 11, Inghilterra 9 = totale 20... Italia 6 senza tener conto di tutto il resto delle rispettive flotte, nel qua! paragone non abbiamo purtroppo nulla da guadagnare. Queste cifre dispensano da ogni ulteriore ragionamento: e dimostrano soprattutto che, se l'Austria rifiuta il suo concorso nel Mediterraneo occidentale, una cosa è fuori dubbio: che chi ci va di mezzo è VItalia, Ora, se il votarsi eroicamente a sicura disfatta può essere ammirevole quando si tratti di difendere il proprio territorio, la propria esistenza e il proprio onore nazionale, bisogna pur ammettere che sarebbe assurdo quando si trattasse di sacrificare tutto soltanto per secondare la politica di un'altra potenza contrariamente ai nostri propri interessi: quando cioè si trattasse di fare la guerra non voluta e non neces­saria a noi, ma solo voluta e necessaria ad un'altra potenza, per quanto alleata. E sebbene questo campo esorbiti ormai da quello navale e rientri integralmente in quello politico, non è possibile che la Marina se ne disinteressi del tutto. Infatti la politica di un paese è generalmente basata sugli apprestamenti militari e navali che esso è in grado di sostenere, o viceversa, specialmente nel caso di nazioni assai ricche, detti apprestamenti sono consoni alla politica adottata. Sorge allora spontanea la domanda se, nel caso dell'Italia, sia la politica nostra che non è in armonia col nostro apparecchio militare marittimo, o se sia quest'ultimo discorde dalla politica nostra, ed incapace perciò di assumersi tutti quegli obblighi vitali e supremi in cui il Paese, nella Bua inconscia fiducia, ama dì immaginare investita la propria potentissima Marina. La risposta a questa duplice questione può forse essere dubbia: ma quello che è certo, è che oggi la necessaria armonìa tra forza sul mare e politica può apparire insufficiente, dacché abbiamo potuto dimostrare che in caso di guerra noi saremmo irremissibilmente schiacciati . AMR, ibidem.
{continua)
MARIANO CAB MIELE