Rassegna storica del Risorgimento

BOZZONI GIAN LUIGI CARTE; MASSONERIA ITALIA 1912-1914
anno <1965>   pagina <419>
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Libri 6 periodici 419
napoletana in oasi analoghi. Senonchè, malgrado quest'impegno nonostante l'ampiezza delle sue realizzazioni (si sfiorò il 10 dell'intero patrimonio immobiliare del paese, un'aliquota ragguardevole, se non proprio sufficiente, qualora nuovi rapporti di prò* prietà e un fermento di vita nuova fosse stato nelle viste dei riformatori e, più ancora, dei loro coadiutori napoletani) il provvedimento francese non andò molto oltre ai risul­tati preliminari di costituzione organica di un demanio di Stato e di sistemazione del debito pubblico: i beni cambiarono proprietari ma la ricchezza pubblica non fu incrementata, la produzione non fu accresciuta, un nuovo ceto non venne fuori se non in limiti quanto mai numericamente circoscritti e politicamente circospetti e conservatori.
L'intento sociale di creare una nuova classe di proprietari, benché dichiarato, fu secondario ammette l'A. in una pagina assai importante (p. 41) dalla cui lettura non si dovrebbe scompagnare il ricordo del già sottolineato ruolo determinante rivestito in tale circostanza da chi era bene o male uno straniero invasore, e proprio fisicamente attra­verso suoi ministri, Roedcrer e Masbourg, ben più energici e fattivi rispetto all'opaco interregno napoletano del Pignatclli. Tale energia, peraltro, s'indirizzò nell'ambito di un cìrcolo capitalistico già ben determinato (beni nazionali venduti ai creditori dello Stato in cambio di titoli del debito pubblico) e cioè tutt'all'opposto dall'impostazione rivolu­zionaria francese, indiscriminatamente aperta all'intero mondo contadino. Senza dubbio le due situazioni nazionali non sono comparabili, ma non lo sono nemmeno le situazioni-politiche generali in cui i provvedimenti prendono rispettivamente vita: e ciò a prescindere dal fatto che solo un'interpretazione di resistenza borghese, classista, rispetto alla Santa Fede, poteva far apparire quest'ultima esclusivamente come mi fenomeno reazionario, clericale, borbonico, prescindendo dal porro unum della quotizzazione demaniale, che faceva del contadino un giacobino o un sanfedista o un brigante liberale, purché si realiz­zasse la sua capitale riforma sociale. Roederer, da nomo politico con precise preoccupa­zioni contingenti, scelse in un certo senso, il più immediatamente fruttuoso per lo Stato, rimandando ad un futuro indefinito l'esportazione della rivoluzione, che urtava a Napoli gli interessi di quel medesimo ceto che ne faceva segnacolo in vessillo ideologico e culturale. In tal senso intenderemmo anche la localizzazione delle prime vendite nella capitale, che risponde, sì, ad una vecchia tradizione (p. 47) ma denunziata da almeno un secolo dalla pubblicistica patrizia, austro fila ed in genere antiforense, come quella che garantiva l'accentramento di ogni affare nello sterminato calderone napoletano, e quindi all'ombra del compromesso, della transazione, dell'omertà, fino alle anticamere governative, se non pure oltre. Quanto poi alla solidarietà di classe invocata dall'A. (p. 49) per giustificare l'appoggiarsi dei governanti francesi alla borghesia terriera, essa ha tutta la suggestione e tutta l'ambiguità delle formule troppo vaste. La borghesia francese s'era fatta da sé, metodicamente, attraverso secoli, le arti e le manifatture in primo luogo, cogliendo l'egemonia politica come il maturo e naturale frutto di un'ege­monìa economica e sociale già da gran tempo assodata. Un armatore di Nantes o un tes­sile di Tolosa non si può certo confondere con un galantuomo di Basilicata vissuto al­l'ombra pronuba del castello fendalo o con un incettatore di Gallipoli o con un usuraio delle Murge o con un consigliere cuporuota insignito o meno di titolo nobiliare per il suo piccolo feudo noli'Anfano ! I Francesi poco o nulla sì curavano che i contadini meridionali concepissero o comprendessero un tipo di rivoluzione agraria come quello da essi portato avanti in patria. Essi videro il problema tecnico finanziario di uno Stato, non quello sociale del regno di Napoli: agirono da esperti , come si direbbe oggi, non da rivoluzionari, perchè cosi ad essi, sullo sfondo del sistema europeo napoleonico e del blocco continentale, conveniva patriotticamente, da francesi, agire. I grandi funzionari ed ufficiali portavano il denaro, magari attraverso un complicato gioco di speculazione ohe l'A. illustra ottima­mente, ed essi lo prendevano, e risanavano le finanze dello Stato, nulla affatto curando i rapporti interni dì conduzione o In produttività dei beni assegnati: trascuratezza ohe pro­segui anche dopo il 1810, allorché l'esiguo aliquota di beni lasciata disponibile dai maggiori acquirenti venne venduta nfille provincic, preoccupando ci si anche qui non tanto di distri­buire efficacemente la proprietà (non mancano peraltro esempi in contrario, puntualmente