Rassegna storica del Risorgimento

BOZZONI GIAN LUIGI CARTE; MASSONERIA ITALIA 1912-1914
anno <1965>   pagina <420>
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420 Libri e periodici
rilevati dall'A., specie in. Paglia) quanto di costituire, per cosi dire, alcune isole di pfcepor tere individuale o familiare borghese, fonerò di un dispotismo non dissimile da quello dell'antica signoria fendale.
A questo proposito, dai dati elaborati dall'A., si ricavano alcune osservazioni meri­tevoli di ulteriore approfondimento. Sembrerebbe cioè che alcuni di questi cospicui acqui­renti provinciali abbiano ricevuto un trattamento preferenziale, o quanto meno assai conveniente, nelle vendite. Tra il 10 dicembre 1806 ed il 17 febbraio 1807 Giuseppe Del Giudice compie quindici acquisti a Piedimonte e ed Ali fé. pagando 10792,33 ducati beni che erano stati valutati 10230,20. Tra il 23 dicembre 1806 e il 7 gennaio 1807 Paolo De Peruta acquista tutti i beni dei Domenicani di Durazzano pagando 16765,91 ducati per una valutazione di 12694, Tra il 26 e il 28 agosto 1807 Giovanni Domenico Massarante s impadronisce dei beni dei Virgimani d'Arienzo pagando appena una trentina di ducati in più dello valutazione. Il principe di Montemiletto, che tra il 14 e il 15 gennaio 1808 acquista tutti i beni dei Celestini di Sulmona, paga 33172 ducati rispetto a 29866. Salva­tore Prisco, per gli strepitosi cinquantotto contratti nell'udienza di Catanzaro (S. Stefano del Bosco) paga 86046 ducati rispetto a 80818,04. In Basilicata, Vincenzo Potenza e le sorelle Vaglio acquistano con poche decine di ducati di differenza beni per complessivi settemila ducati circa. La badia di Mileto è acquistata il 21 marzo 1810 da Nicola Com­merci con 5665 ducati rispetto a 4666,37. Luca Persone, il 2 aprile 1810, compie quindici acquisti presso Aquila per 4301 ducati rispetto a 4138,20. Esempi massicci di prepotere locale, infine, sono quelli degli Arcieri a S. Mauro per oltre 35 mila ducati, di Pietro Innecco a Carbone per 13 mila, dei Parisi a Moli terno per 5 mila, dei Mujulli a Bi tetto per 14 mila, dei Martuccì ad Altamura per 11 mila, di Domenico Menelao a Turi per 37 mila, di Fran­cesco Polini a Gravina per 9 mila, di Angelo Di Rienzo a Noci per 21 mila, di Giovanni Sangirardi a Palo per 8 mila, di Berardo Cernili a Teramo per 33 mila (e questo è l'esem­pio, che andrebbe indagato anche altrove, di una famiglia che su quest'operazione ha fon­dato le sue fortune elettorali ed economiche fino ai tempi nostri, analogamente ai Santoleri di Guardiagrele, ai Mezzanotte di Cbieti, ai Masciarelli di Mugliano ecc.). I dati dell'A., insomma, dovrebbero servire da punto di partenza per un gran numero di storie locali tendenti a seguire la particolare struttura politica ed economica assunta da tanti piccoli centri in seguito all'ascesa di una o pochissime famiglie, il cui dominio in campo elettorale ed amministrativo andrebbe illustrato in modo da contestare alle radici la natura bor­ghese della loro funzione storica.
Il saggio introduttivo dell'A. prosegue con una precisa periodizzazione delle vendite ed una dettagliata analisi degli acquirenti, ricca di numerosi suggerimenti di lavoro (quello, ad esempio, sulla rapida e diffusa partecipazione, soltanto ad Aquila, delle classi più mode­ste, il ohe può mettersi in relazione così con la tenuità di valore di quelle terre come con l'effettiva più capillare presenza di circolante a cagione dell'attività armentaria, interes­sante, nei suoi aspetti commerciali e di trasformazione agrìcola, un po' tutta la provincia). L'A. illustra il fenomeno della speculazione e del monopolio, calcolando in non più di dieci persone gli effettivi protagonisti e beneficiari del primo periodo di vendite, quello di gran lunga più cospicuo, al punto che la rendita media dei lotti allora venduti risulto più che quadrupla di quella per gli anni successivi. Un'operazione caratterizzata dalla prevalenza assoluta di una ristrettissima minoranza di grossi accaparratori conclude l'A. (p* 165) compendiando il tutto nella formula eloquentissima del 65 dei beni -penduti nelle mani del 7 degli acquirenti: in mezzo ni quali, a suo uwiso* il ceto mercantile ed imprenditoriale non occupò una posizione prevalente o comunque tale da modificare il carattere dell'operazione yn parole assai chiare, che sgorgano dai documenti e s'inserì-perno a legittimare autorevolmente, sul piano scientifico, tutto un filone della polemica meridionalistica dell'ultimo secolo.
Senonehè, subito dopo, l'A. e quasi sconcertato dalla drasticità di così evidenti conclusioni, da lui stesso a buon diritto formulate, e si affretta (p. 160) a definire l'opera­zione importante passo innanzi nel lento o stentato cammino dell'Italia meridionale verso più moderne forme di vita economica e sociale : ed a p. 178, trottando monografica-