Rassegna storica del Risorgimento

BOZZONI GIAN LUIGI CARTE; MASSONERIA ITALIA 1912-1914
anno <1965>   pagina <430>
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430 Libri e periodivi
e di tendenze antisociali, credette sommosse dogli estremisti e represse insensatamente col piombo, con gli arresti, con gli stati di assedio. E, non molto dolio, per la sua natura instabile e impulsiva, dominata da una smania frenetica di grandezza, commise l'errore suo più deleterio per la Patria che amava con sincero ardore (e ciò valga a scusarlo almeno in parte) e eioè l'incremento del nostro protettorato nell'Etiopia, a cui le nostre forze finanziarie e militari non erano sufficientemente preparate e che ebbe per epilogo (son cose ben note) la disfatta di Adua. Mi par chiaro dedurre da quel che ho frettolosamente esposto, seguendo la trama del Moscati, che Crispi, checche si dica ancora oggidì, non fu punto un precursore , come vollero chiamarlo i nazionalisti, né una strada di luce nel cielo notturno , perchè fu tutto chiuso, come già sentenziò il Croce, nella società del suo tempo; e tanto meno, come lo definì Vittorio Emanuele Orlando, fu una granitica coerenza di pensiero , perche proprio a lui mancò, come con retto avvedimento scrive il Moscati, assolutamente nell'azione politica (e non solo in quella, aggiungo io, modesta­mente) una linea costante e precisa*
Molto più popolare di lui e più amato tra gli ex-garibaldini dell'estrema Sinistra fu Benedetto Cairoli (il Moscati ne traccia un nitido e penetrante racconto) e per la no­biltà e generosità dell'animo e per le tradizioni della sua illustre famiglia e per lo gravi ferite riportate in guerra che lo costrinsero per tutta la vita a reggersi sulle grucce e, an­cora, per le sue infiammate orazioni che fecero assai sovente prorompere l'assemblea in scroscianti prolungati applausi, cui si associavano le tribune sempre zeppe di uditori. E così ben presto si conversero attorno a lui gli oppositori della Sinistra e anche non pochi della Destra, unicamente (come annota saviamente il Moscati) perchè egli rappresentava una bandiera, non perchè vedessero in lui la capacità di divenire il loro capo. A grande maggioranza nel marzo del 1878 fu eletto presidente della Camera, ma solo come protesta contro il ministero Depretis. Però, dimessosi Depretis pochi giorni dopo, egli ricevette dal Sovrano l'incarico di formare il nuovo ministero; e per oltre due volte ne riebbe l'in­carico, nell'anno seguente e nel maggio del 1880. E fu un errore, perchè la sua permanenza al potere, anche se non fu, nel complesso di lunga durata, segnò per il paese, che già si dibatteva tra angustie di ogni specie, un vero regresso, in parte per la scelta poco adatta dei suoi collaboratori, ma soprattutto per l'assoluta mancanza in lui della conoscenza con­creto dei complessi problemi che dovette affrontare.
Il suo proposito di rispettare scrupolosamente la libertà del cittadino (assecondato in ciò, come più su abbiamo accennato, dallo Zauardelli, che fece parte del suo primo mini­stero) e le sue pubbliche dichiarazioni che fossero di nessuna utilità le spese gravose per gli armamenti, suscitarono in tutta la penisola incomposte agitazioni che culminarono con l'attentato alla vita del Re, al cui accoltellatore, il Passanante, egli fece scudo corag­giosamente (e fu indubbiamente un atto ammirevole) con la propria persona. Ma più deplorevole fu il suo comportamento sulla questione di Tunisi, quando egli spontanea­mente, privo di ogni dovuta attitudine, aveva con la presidenza del ministero assunto anche il portafoglio degli Affari Esteri. Si oppose anzitutto ad accordi col Bey per allac­ciare con un filo telegrafico la rete sicula con la tunisina e non si accorse, anzi non volle credere, che la Francia, da cui piombavano su Tunisi di continuo avventurieri e specula­tori, stesse per sottoscrivere col Bey un trattato (il che avvenne il 12 maggio 1881 e prese nome del Bardo) con il pieno consenso dì Bìsmark e dell'Inghilterra, che per la sicurezza delle sue comunicazioni non avrebbe certo gradito che le rive tunisine e siciliane apparte­nessero ad una stessa nazione. Si accrebbe in tal modo l'isolamento italiano, di cui la colpa risaliva (diciamo il giusto) a precedenti uomini di Stato; ma vi sì aggiunse allora l'in­fluenza sinistra del nostro movimento emigratorio. Il Cairoli chiudeva la sua corriera tra le generali disapprovazioni (qualche tentativo degli amici fedeli di richiamo all'ufficio di presidente della Camera non conseguì l'esito sperato) e nell'agosto del 1889 rendevo o Dio la sua anima profondamente buona e generosa nel palazzo reale di Copodimontc che Umberto I, sempre memore, aveva lasciato libero per lui.
Quando il Cairoli dovette abbandonare lo presidenza della Camera perchè eletto capo del nuovo ministero veniva chiamato o coprire il delicato ufficio Domenico Farmi,