Rassegna storica del Risorgimento
BOZZONI GIAN LUIGI CARTE; MASSONERIA ITALIA 1912-1914
anno
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1965
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pagina
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433
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Libri e periodici
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Chi si rese ben presto conto della necessità di impostare il problema in termini nuovi fu il Minghetti, nel suo celebrato studio su I partiti politici e la ingerenza loro nella giustizia e nella, amministrazione del 1881. Egli intese cioè che occorreva tener conto della funzione di mediazione che il partito politico* nuova realtà istituzionale* veniva a svolgere tra l'individuo e lo Stato, il cittadino e il Governo. Qui è il progresso che si compie da Spaventa (in cui l'interesse per i partiti è secondario) a Minghetti, che partiva invece proprio dalla considerazione dei partiti, per giungere ai temi dell'amministrazione (e Tessitore acutamente lo rileva a p. 66, nt. 33); ma è merito altresì del Minghetti, nel momento stesso in cui. egli prendeva coscienza del fatto nuovo, di avvertirne anche l'insufficienza e anzi la difettosità: al nostro tempo ogni pubblico servigio tende a diventare scientifico e tecnico Ora la forma parlamentare e il governo di partito sono l'antitesi di questo principio (cit. a p. 58). Del resto,non erano i partitile sole nuove forze, che, come scriveva il Bonghi nel 1879,enei paese si contendono espressamente il campo del predominio morale (vale a dire, dei potere come forza morale e giuridica); secondo lui (e il pensiero è penetrante) le associazioni politiche non sono le sole, anzi non sono neppure in posizione di particolare rilievo nel nuovo Stato: accanto ad esse sono ben più essenziali le associazioni private. L'associazione dei cittadini privati fu tanto in orrore ai principii del secolo, quanto è in onore alla sua fine. Essa non rompe e sminuzza lo Stato, non v'insinua germi pericolosi di resistenza, come parve cento anni fa; ma vi crea nuclei, che sono coinè gangli diversi in cui la sua vita s'innesta e si spande . Accanto ai partiti, erano infatti sorte nel frattempo le associazioni a carattere sindacale; e in quelle pagine, come osserva Tessitore, il Bonghi perciò individua la frattura, che si va delineando, fra paese legale e paese reale (p. 78, nt. 68): il primo, che è lo Stato della classe politica dirigente, il secondo, che è; per così dire, lo Stato di rincalzo o di opposizione al primo. I partiti, già al loro primo profilarsi nell'esperienza parlamentare dopo la caduta della Destra (che non era un partito nel senso moderno, cioè una organizzazione politica con fini particolari), entrano subito in crisi (ed è una crisi, come si sa, ancor oggi non esaurita); e G. Fortunato, negli stessi anni, poteva già giudicarli sempre pia estranei al concetto moderno di uno Stato democratico; dello Stato, cioè, in cui la partecipazione de* cittadini a' diritti garantiti dallo Statuto sia larga ed effettiva, e in cui gli interessi delle varie classi siano, il più possibile, in equi rapporti tra loro e rivolti al maggior utile dell'universale (cit. a p. 87, nt. 94). Tutti accenti, come si sente, e quasi.rintocchi di campane, che servono di annuncio a quella crisi finale, che maturerà negli anni del primo dopoguerra: crisi, che non si potrebbe spiegare come improvvisa frattura storica, e le cui anticipazioni vanno cercate e riconosciute nella problematica politica e giuridica precedente, anche se in questa non v'era sospetto della brutalità della soluzione, che sarebbe stata prospettata e imposta agli stessi liberali conservatori.
Il carattere drammatico della contraddizione fra l'azione, piuttosto di freno che di impulso, svolta dai partiti parlamentari, e l'insofferenza avvertita dalle forze economiche e sociali che andavano sviluppandosi nel Paese, trova una espressione di grandissimo lignificato e di straordinaria importanza nel pensiero del primo grande costituzionalista del nuovo Stato italiano, ossia in quello di Gaetano Mosca. È solo con lui, che giungono a consapevolezza speculativa i temi complessi dell'intricato mondo politico e culturale del postrisorgimento... che si chiariscono i termini di quel drammatico dilemma tra Stato liberale e Stato democratico , come esattamente giudica Tessitore (pp. 90,102). Il quale, sulla scorta della dottrina italiana contemporanea, che si può dire di indirizzo costante (e contrario a quello determinatosi sull'argomento altrove, come nei paesi anglosassoni), ha difeso l'interpretazione del sistema moschiano in senso liberale, ricollegando anzi ad esso, per sostanziale affinità o affiliazione, quello formulato dal nostro maggior giuspub* blicista liberale, V. E. Orlando: Entrambi critici del regime parlamentare, non concludono con una negazione dei principio di rappresentatività, rifiatando esplicitamente ogni vagheggiato ritomo a forze costituzionalistiche, e ai sforzano, al contrario, di assicurare a quello Stato, di cui il parlamentarismo rischiava di distruggere la fondamentale componente liberale, una struttura che, per l'appunto, non fosse contraria o estranea al costituzionali-