Rassegna storica del Risorgimento
BOZZONI GIAN LUIGI CARTE; MASSONERIA ITALIA 1912-1914
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1965
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436
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Libri e periodici
del fascismo. Àrduo risolta disgiungere quest'opera dall'occasione pratica e, diremmo, sentimentale che l'ha dettata: rammentare agli Alleati anglosassoni, nei giorni ferrigni e spietati dell'atmosfera della resa incondizionata, la realtà della storia liberale italiana, una storia, come tutte le altre, stravolta e trasfigurata dalla gran fornace di valori tradizionali che era stata la guerra mondiale. Opera a tesi, dunque, e perciò fortemente schematica, ancorché all'autore non faccia difetto una ragguardevole indipendenza di giudizio, anche rispetto al ripensamento di quel medesimo periodo di storia italiana recentemente operato dal Croce. Lo Sprigge resta fermo all'interpretazione democratica e moralistica ad un tempo, e perciò intimamente conservatrice, cara alla pubblicistica politica d'anteguerra, ad un Fortunato come ad un Salvemini, che nel 1876 vede innanzi tutto un irrimediabile abbassamento spirituale e morale, al termine del quale Giolitti, come più tardi, e coerentemente, il fascismo, non si pongono se non come logiche conseguenze, una rivelazione che nulla ha di parentetico o di tellurico, che anzi si dispiega con agevolezza irresistibile. Visione pessimistica, dunque, e qui è il distacco da Salvemini sostanzialmente sterile, come quella che non indica alcuna soluzione od alternativa ad un processo degenerativo incessante, sterile perfino nell'assurdo tentativo patriottico di scagionare la politica inglese dalle sue ben precise responsabilità (un cui franco riconoscimento gioverebbe alla democrazia d'oltre Manica non meno che alla nostra) di supporto del fascismo. Non si vede in realtà, giusta la tesi centrale del volume, dove fossero e in che cosa consistessero le forze liberali che avrebbero potuto e dovuto liquidare i piccoli intriganti e trafficanti giolittiani per evitare Mussolini; né appaiono gran che concrete le prospettive di rinascita liberale, con la Chiesa in servizievole funzione di argine antisowersivo, che l'A. delinea per l'Italia postfascista, sbrigativamente liquidando nazismo e bolscevismo come ripetizioni ammodernate dell'Europa metternichiana. Si tratta dunque non già di un'opera di storia bensì di un palpitante contributo politico e di alto giornalismo alla ricostruzione ideale dell'Italia ed al ripensamento critico delle sue sventure. Qua e là, come quando tratta del disboschimento o valuta efficacemente l'azione di Stefano Jacini, o nel penetrantissimo ritratto, ricco di simpatia umana, antipapista, anglosassone e dottrinaria, di Zanardelli (ma come diavol mai chiamare soldatesco a p. 90 l'ottimo Cairoli? non, sarà uno svarione del traduttore per prode, cavalleresco?) l'A. mostra eccellenti qualità di ricostruzione storica, qualità che si apprezzerebbero ancor più se non fossero infarcite di sviste più o meno grosse che in un libro di storia italiana in veste italiana si amerebbe non leggere (Mancini dimissionario per Tunisi, Garibaldi morto nel 1881, Oberdan che prende a revolverate Francesco Giuseppe, il monumento a Giordano Bruno nel 1889 come commemorazione del centenario del supplizio, le repressioni del 1898 attribuite a Pclloux, Sonnino portavoce dei poveri contadini siciliani e così via). Assai fine, ad esempio, e finemente ricondotta all'influsso mazziniano, la nota sull'insofferenza del Crispi per i problemi finanziari come tali, mentre quanto meno opinabili appaiono i biasimi alla vergognosa timidezza della politica coloniale del Depretis e la presentazione caricaturale dei primi socialisti, assai più vivacemente avvertiti e descritti allorché l'azione del partito s'inquadra nell'atmosfera culturale del positivismo (salvo i soliti strafalcioni che pongono, per esempio, lo sciopero generale al 1903 ovvero attribuiscono naturalmente sic/ ai socialisti il movimento popolare per il suffragio universale). In realtà, FA. ha fretta di pervenire alla grande guerra, che è la vera catarsi da lui drammaticamente vissuta e seguita in Italia, ed il coi inquadramento culturale ed ideologico è senz'altro, pur nella sua non grande novità e col cousueto contorno di sviste (Sonnino fautore del suffragio universale nel 1890, D'Annunzio nato in terra già pontificia) la cosa più felice del libro, felicemente introdotta e predisposta com'è da una brillante descrizione dell'atmosfera della guerra libica. Le origini psicologiche e risorgimentali di certo neutralismo, radicate nell'ambiente compromissorio dell'Europa dell'equilibrio, vengono evocate con eleganza, come anche le finalità di rinnovamento antigiolittiano proprie delle frazioni più moderne dell'interventismo democratico, per non parlare del processo spirituale e politico onde Vittorio Emanuele e Salandra vengono via via assumendo un'autonomia rilevata di giudizio e di decisione dianzi inconcepibile, in uno sfondo di catastrofe e di