Rassegna storica del Risorgimento
BOZZONI GIAN LUIGI CARTE; MASSONERIA ITALIA 1912-1914
anno
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1965
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pagina
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437
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Libri e periodici
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palingenesi in cui i vecchi valori tradizionali del militarismo e del conservatorismo rie* scono ad inserirsi inopinatamente accanto alle esigenze più radicali e drastiche di sovvertimento. Non mancano suggerimenti di lavoro molto interessanti come quello, strana-mente negletto, concernente il comportamento, più o meno sornionamente sabotatore di disfattista, di certe amministrazioni socialiste e di certi vecchi ed indenni centri di potere giolittiani (ma non mancano neppure grossi strafalcioni, non tanto magari q nello che fa il Nitti membro del ministero Boselli quanto quello che collega strettamente, pò nendoli nello stesso anno, Gorizia e Caporetto): ed è nobile e commossa la presentazione dell'interventismo democratico come drammatico capro espiatorio così del mito della vittoria mutilata come delle recriminazioni antiborghesi da parte del proletariato, queste ultime, in verità, valutate dall'A, assai sommariamente, sulla base di un'impostazione polemica antibolscevica troppo scoperta e pronunziata. E qui facciamo punto, non senza deplorare a p. 233 un presidente Roosevelt per Wilson, ennesima prova della fret-tolosità non lodevole onde il libro è stato dato alle stampe.
Il limite cronologico della Rassegna si fa sentire più pesantemente a proposito del volume del Gohring, il quale si conclude con la rievocazione delle nibelungiche giornate della primavera 1945 e con l'auspicio della riunificazione come dovere e diritto del popolo tedesco, in termini accesamente patriottici e da crociata che non possono non legittimare le perplessità più profonde. La tesi centrale del volume viene presa in esame in pali ghie introduttive anonime con un garbo ed una misura che vi farebbero riconoscere volentieri lo stile del Passcrin. L'A. vede Guglielmo II ed Hitler come rinnegatori e dilapidatori dell'eredità bismarckiana, i cui valori estremamente positivi sono stati viceversa rettamente intesi e sviluppati opportunamente da una parte almeno della classe dirigente di Weimar, primissimo lo Stresemann, salvo poi essi ad infrangersi e dissolversi dinanzi ad una coalizione straordinaria di casi sfortunati, di misteriose sventure, d'iuspiegabili coincidenze. Questa storiografia del destino e dell'inconscio, si sa, è tipicamente tedesca, e buona ad esser tirata e rivoltata a tutti gli usi. Tanto più poi se ne avverte qui l'insufficienza e l'arbitrarietà in quanto l'impostazione generale del volume, che respinge a priori ogni suggestione di carattere marxista o remotamente economicistico, è strettamente diplomatica e prammatica, tutta volta all'esterno, all'azione politica, al negoziato internazionale: sicché l'intrusione dell'elemento occasionale ed irrazionalistico vi appare quanto mai inattesa, non adeguatamente preparata sul piano culturale e psicologico, fatta scaturire quasi all'improvviso da minoranze estremamente esigue di esagitati pangermanisti. Questo tipo d'impostazione viene perciò a ragione criticato dal commentatore italiano, che ammonisce a non sottovalutare, o addirittura trascurare del tutto, come fa FA.,la componente interna antiliberale della politica del Bismarck (senonchè poi anch'ego" forza alquanto la sua tesi, parlando di deviazione bismarckiana rispetto ad un tronco liberale quarantottesco in realtà assai pallido e linfatico, e non traendo tutte le conseguenze del caso dalla massiccia presenza, pur francamente ammessa, a differenza dell*A., del capitalismo industriale ed agrario nell'avvento del nazismo). Comunque ciò sia, sulla prospettiva che s'è detta, la ricostruzione che l'A. delinea dell'europeismo pacifista, ed intelligentemente e prudentemente articolato, del Bismarck è appieno persuasiva, mentre, com'è naturale, lasciano insoddisfatti i ritratti meramente psicologici dei personaggi negativi ; un Guglielmo li, ovviamente, in primo luogo, ma anche Holstein o Moltke, mentre brillano per la loro assenza nomi solitamente inseparabili dal grandioso processo monopolistico in corso nella Germania dal primo quindicennio del secolo, Ballili o Stinnes. L'A. è molto obiettivo nel riconoscere la priorità dell'iniziativa tedesca nella corsa agli armamenti, nel delincare le debolezze ingenite nell'organismo statale austriaco, nel rilevare la preminenza che le esigenze politiche mantennero sempre su quelle militari in Inghilterra. Nondimeno, tatto ciò non Io induce a scendere un po' più. a fondo alle radici del militarismo tedesco e dell'espansionismo industriale, prospettati sempre di scorcio, sulla falsariga di qualche declamazione dei pangermanisti anelanti ad uno spazio vitale economico ed autarchico proiettato verso Oriente, una visione che, sopravvissuta in Hitler,