Rassegna storica del Risorgimento
BOZZONI GIAN LUIGI CARTE; MASSONERIA ITALIA 1912-1914
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1965
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455
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Vita dell'Istituto
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Censo lotto sul lato di via Roniagnosi ove si trovava la casa dove Gioia nacque. Dopo un breve discorso del prof. Nasali! Rocca, il sen. Spigaroli ha scoperto la lapide.
Alle cerimonie, oltre ai citati, erano presenti il pronipote di Pietro Gioia, dott. Lodovico Gioia, il sen. Conti, gli assessori prof. Boscarelli per il Comune e prof. Tanzi per la Provincia, l'intendente di Finanza dott. Crolli, il presidente della Camera di commercio conun. Montagna, il prof, don Moli nari in rappresentanza dell'Arcivescovo il prof. Magni della Università di Milano, il dott. Bravi per il Provveditorato agli stadi, l'aw. Fauli per l'Ordine degli avvocati, il col. Spani Molclla per il Presidio, il cap. Giacco comandante della Compagnia dei carabinieri, il dott. Lommi presidente della Famiglia piasinteina . il dott. Scotti e il rag. Filippazzi per la Cassa di risparmio e altre personalità.
In occasione della manifestazione, presso la Biblioteca è stata allestita una mostra di cimeli di Pietro Gioia.
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RAVENNA. - Il 6 luglio u. s. si è spento nella sua Russi natale, il novantenne generale Pietro Pezzi SIboni, uno dei nostri Soci più fedeli e partecipanti proprio con l'animo alla vita del nostro Istituto.
Fra nato il 24 marzo 1874: suo padre garibaldino di Mentana e naturalmente repubblicano: sua madre un'ultima superstite della vecchia famiglia russiana dei Siboni, tutti cospiratori e liberali, stretti in amicizia coi conti Alessandro e Tullio Rasponi, li-fierali ravennati, e col compaesano Luigi Carlo Ferini.
Il giovane Pietro che, per legato, doveva poi assumere anche il cognome materno, superati gli stadi-classici, entrava nell'Accademia militare di Modena conseguendo poscia il grado di sottotenente di cavalleria, Parma cui egli ambiva e di cui sempre si gloriò fino all'ultimo, poiché era per lui l'arma dell'ardimento e dell'impeto, erede di leggendarie gesta risorgimentali.
Quindi per sua domanda partecipò alla guerra italo-turca, e nel 191213 dopo aver comandato il 1 squadrone dei Lancieri di Firenze ebbe in Libia comando di un gruppo di squadroni dei Cavalleggeri di Lodi.
Poi prese parte alla guerra 191518, dapprima come ufficiale di collegamento del Comando supremo nei settori Plava-Isonzo e Val BrentaVal Cismon; poi (1917) come comandante di un gruppo di squadroni di Cavalleggeri di Udine; poi (1918) di un gruppo di Cavalleggeri di Caserta, ed infine dei Cavalleggeri di Aquila.
Nelle ultime giornate vittoriose della Grande Guerra, il colonnello Pezzi Siboni, agli ordini del Duca d'Aosta, era alla guida dell'avanguardia composta dal reggimento Cavalleggeri di Aquila, da un reparto di ciclisti e da una batteria da campagna trasformata in batteria a cavallo coi serventi montati.
Fa in quei giorni la sua ardita carica fino a Vittorio Veneto, dietro il nemico messo in fuga. Al valoroso ufficiale promosso generale, il Duca d'Aosta conferiva sul campo la medaglia d'argento con la seguente motivazione: In zona fortemente battuta da mitragliatrici, comandante l'avanguardia, con razionale impiego di ciclisti, mitraglieri e squadroni, obbligava il nemico a ritirarsi da successive posizioni che avevano prodotto larghe perdite e disturbavano l'avanzata di altre colonne.
Nei giorni successivi, comandante della colonna esplorante composta del reggimento di Cavalleria e di una batteria di artiglieria da campagna, seppe con energia e saggie disposizioni indurre con altro reparto alla resa una brigata di ulani e un reggimento di fanteria che ai rifiutavano di deporre le armi. Trascinò con l'esemplo e con vivo entusiasmo le troppe dipendenti attraverso guadi e passaggi ardimentosi e negli ultimi istanti della guerra diresse una epica carica del reggimento al grido di Savoia ed Italia , contro mitragliatrici che sorte improvvisamente facevano fuoco micidiale .
Chi ha conosciuto il generale Pezzi Siboni trova facilmente segnalate in questa motivazione le qualità particolari dell'uomo e del soldato: ardimento, risolutezza o rapidità nel decidere e neli'operarc, noncuranza degli ostacoli e tenacia nel conseguire l'intento.
Tale si mantenne anche nei molti anni della sua dimora a Russi, nella sua casa diletta, ma piò ancora si può dire in ogni luogo dello sua citta dilettissima, di cui volle