Rassegna storica del Risorgimento

anno <1966>   pagina <186>
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Carlo Zaghi.
ad esso si sia anche raccolta una certa identità di suffragi. Un fatto però sem­bra sicuro: che il Direttorio discusse a lungo, e non certo una volta soltanto, e in riunioni collegiali, il grave e delicato problema e che la decisione di accan­tonarlo, almeno per il momento, non fu mai, o soltanto, l'espressione d'un cal­colo puramente numerico, ma il risultato di pensamenti e di considerazioni po­litiche più complesse e sottili, filtrate attraverso il vaglio di tutti gli elementi positivi e negativi dell'operazione, in cui le singole posizioni personali erano destinate a sfumarsi e a perdere peso e consistenza, e sulla quale tutti i membri bon gre mal gre dovettero sostanzialmente trovarsi d'accordo, almeno nelle linee generali, pur senza rinnegare con questo le loro particolari preferenze. La paura soprattutto di fare il giuoco degli avversari e di dare l'avvìo ad una avventura di cui non potevano ancora prevedere né gli sviluppi, ne le conse­guenze, scatenando forze non facilmente controllabili, dovette avere il soprav­vento nel Direttorio su ogni altra considerazione. Troppo gelosi del potere che detenevano, non se la sentivano di spartirlo con un Sieyès o con un Bonaparte, di cui diffidavano, e ripugnavano onestamente dall'accompagnarsi ad un uo­mo screditato come Tallcyrand, o ad una. reazionaria come Madame de Staci, o ad un avventuriero come Benjamin Constant.
Le stesse reiterate manifestazioni di lealismo costituzionale che si ebbero un po' dovunque,lj in Francia, sulla stampa e nel Corpo Legislativo, il grido d'allarme contro la progettata riforma lanciata dall'ami des lois di Poultier, l'influente giornale degli acquirenti dei beni nazionali molto vicino al Diret­torio, oltre che dal Journal des hommes libres, della sinistra democratica, la sensazione generale in seno al Direttorio che il regime direttoriale, così com'era configurato, fosse anche troppo oligarchico 2) e il timore stesso di favorire le ali estreme dello schieramento politico con tali manovre revisionistiche, do­vettero avere indubbiamente il lóro peso nel frenare gli slanci riformistici di molti e renderli più guardinghi. Non a caso il Visconti, che attingeva diret­tamente agli ambienti direttoriali, scrivendo da Parigi sui progetti di revisione, affermava che un attentato alla carta avrebbe fatto il giuoco delle due ali estre­me: dei realisti e dei moderati, che da una riforma della costituzione si attende­vano il discredito della repubblica e la restaurazione monarchica, e dei babu-vi8ti e dei superstiti Montagnardi, credi di Robespierre, lusingati che dagli attentati costituzionali potesse scaturire una nuova rivoluzione, la quale ri­prendesse il cammino interrotto il 9 Termidoro.3>
Ma a trattenere il Direttorio non erano soltanto ragioni di convenienza e di decenza; altri motivi, inconfessabili e sotterranei, e considerazioni tatti-
v Degna di nota, la professione di fede politica espressa da una commissione di 5 membri incaricata espressamente dal Circolo Costituzionale del 10 arrondissement di Pa­rigi e approvata airunanimità il 21 gennaio 1798. La dichiarazione* basata sulla fedeltà assoluta alla Repubblica e alla Costituzione dell'anno III, cominciava con queste parole: Va tre devile est: Tout à la Képubliquc. Nous la voulons fondée sur la constitution de l'an 3 la ntellleurc des constitutions connues: Afoniteur, 17 pluvidse VI (5 febbraio 1798): rèìmprt'.ss'wtit t. XXIX. p. 144.
*) Questa è l'opinione espressa da Meniteli nel colloquio avuto con Bonaparte nel 1802, pubblicata nella Nouvelle lievue Rétrotpectlve del 10 giugno 1904, cit.
) L'ambasciatore cisalpino a Parigi, Francesco Visconti, a Ferdinando Marescalchi in Vienna, Parigi, 23 floréal VI (12 maggio 1798), in Ance. STATO DI MILANO, Copialettere Marescalchi, fol. 5.