Rassegna storica del Risorgimento

anno <1966>   pagina <193>
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Democrazia direttoriale e autoritarismo consolare 193
delle condizioni politiche più opportune per tentare l'avventura in Francia. In altre parole le repubbliche giacobine in Italia, in Svizzera e in Olanda sa­rebbero state come il banco di prova di una più vasta e meditata riforma, un terreno neutro su cui misurare le ripercussioni e le reazioni, interne ed esterne, di una operazione, la quale, per le sue conseguenze, andava molto al di là di un semplice atto costituzionale. Non siamo di questo avviso. Se un calcolo simile ci fu (e non abbiamo difficoltà ad ammetterlo) esso dovette essere del tutto secondario ed indiretto davanti a considerazioni politiche, economiche e militari di ben più vasta portata. Anzitutto mancano le ragioni obiettive della necessità e dell'opportunità di un tale collaudo. Stabilire un raffronto tra la situazione francese e quella dei territori occupati significa svisare comple­tamente i termini del problema. Si tratta di due mondi lontani ed opposti, anche se intercomunicanti, con stimoli, reazioni, interessi e svolgimento storico diversi. Codesti storici dimenticano che tali revisioni costituzionali nascevano dall'incontro di differenti e contrastanti fattori e dal prevalere, nel Direttorio, d'esigenze che non erano tanto d'ordine ideologico o giuridico quanto d'ordine puramente politico, o economico, dal cui successo dipendeva l'effettivo control­lo, da parte della Francia, dei territori liberati . Poiché nelle repubbliche vassalle l'opposizione al prepotere e alla politica liberticida del Direttorio tro­vava la sua forza, e quindi la sua giustificazione storica,, nella carta stessa del­l'anno HI, liberale ed emancipatrice di popoli, e nel profondo contrasto esistente tra le speranze concepite e la realtà contingente e mutabile, riformare la co­stituzione con l'approvazione, anche se forzata , dei Consigli e delle assem­blee primarie significava dare alla Francia l'arma legale per sbarazzarsi degli avversari ed imporre la propria volontà ai governi recalcitranti. Di qui il bi­sogno di controllare da vicino tali operazioni e di affidarle a uomini propri, di sperimentata fedeltà ed ubbidienza, pur nello scrupolo di dare una giustifica­zione logica a tali interventi e di raccogliere attorno alle nuove carte consensi e suffragi di ceti e di classi interessate. Non è senza un significato che tutte co­deste revisioni escono della stessa matrice e portano il medesimo segno distin­tivo, anche se ragioni di convenienza e circostanze eccezionali impongono qual­che volta, come è il caso dell'Elvetica e della Batava, un ammorbidimento di alcuni articoli e una certa qual libertà di scelta. Regolatore e revisore su­premo di tutte è Merlin de Douai, la mente giuridica per eccellenza del Diret­torio, antico costituente e convenzionale, manipolatore delle elezioni francesi dell'attuo V e dell'anno VI e organizzatore del colpo di Stato del 22 Floréal, uno spirito duttile e sottile, fervido di accorgimenti spregiudicati e corruttori, amorale e petulante, capace di tutti i mezzi pur dì raggiungere il fine prefisso, inviso ni democratici che lo avevano soprannominato Merlin le Satan ; e accanto a Ini si avverte, e non a caso, ma in funzione puramente consultiva ed esecutiva, ma subordinata, la presenza di Datinoti, l'antico relatore della costituzione dell'anno III e 11 futuro segretario della commissione costituzio­nale dell'aimo Vili: la sua influenza si farà sentire soprattutto sulla Romana é* in maniera più sfumata, sull'Elvetica e sulla Cisalpina. Entrambi amici e ammiratori di Sieyès, è attraverso loro che il pensiero costituzionale dell'ex-abate, anche se qua e là snaturato 0 afluscato, entra nello spirito delle nuove carte e le influenza.
Il travaglio costituzionale del Direttorio abbraccia un arco di tempo che, senza soluzione di continuità, attraverso la carta della repubblica Romana e