Rassegna storica del Risorgimento

ELEZIONI POLITICHE ITALIA 1865; ITALIA STORIA 1865-1866
anno <1966>   pagina <254>
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254 Alberto Aquarone
Naturalmente, le ragioni dello scacco subito dalla parte moderata risalivano a ben altre e più profonde ragioni anche se forse esso aveva acquistato pro­porzioni cosi vistose anche in conseguenza del particolare atteggiamento di pas­sività mantenuto dalle autorità governativee sono ragioni così note che basterà accennarvi di volo: la delusione per gli scarsi vantaggi immediati che in ogni campo erano derivati dal grande evento della unificazione, che da molti era stato accolto in maniera mitica, quasi come una panacea per tutti i mali da cui era afflitta l'Italia; la sconcertata sorpresa per le infinite difficoltà in cui era subito venuta a trovarsi la nuova compagine statale e la cui gravità erano non di rado
ietta Ufficiale del 21 agosto come uno scrìtto robusto e sapiente, nel quale era contenuto il programma più sicuro, più leale, più libero e praticamente attuabile, che si possa pro­porre agli Italiani, come criterio e guida nel grande atto delle politiche elezioni. Questo avallo da parte governativa destò notevole sensazione, in guanto fece pensare che il mi­nistero approvasse il programma di ripiegamento enunciato dall'Azeglio, che conteneva, agli occhi dei più, un'implicita anzi abbastanza scoperta rinuncia a Venezia e a Roma. Non sarà inutile ricordare, infine, che proprio nello scritto azegliano era teorizzato il pieno diritto, anzi il dovere del governo di influire, sia pure con mezzi leali, sulle elezioni. Aveva scritto in particolare lo statista piemontese:
Qualunque sia il numero de' partiti, non si può negar loro il diritto d'usare tutti i modileaJi, onde portare i loro aderenti alla Camera; e fra questi le raccomandazioni entrano per moltissimo.
Ma, badiamo, non si deve negare questo diritto al governo. Che cos'è il governo? Non è forse quello fra i partiti che s'è trovato più numeroso, e che secondo le regole del sistema costituzionale fu perciò investito del potere esecutivo?
Il governo, mi direte, è per tutti; dunque dev'essere imparziale fra tutti i partiti. Come imparziale? Se è un partito anch'esso, come volete mettere insieme portico e impar­ziale? Pugna ne' termini. Precisamente perché è un partito, e pel principio medesimo che l'ha condotto al potere, deve'cercare di restarvi: l'agire in altro senso sarebbe rinnegare se stesso, la sua politica, la fiducia della Corona e della maggioranza del paese.
Mi potete obiettare che il governo ha in mano mezzi talmente preponderanti da trovarsi in assoluto vantaggio sui partiti rivali; non essere dunque equo l'accordare di giunta anche a Ini le facoltà che hanno gli altri.
H governo ha innegabilmente immensi vantaggi, ma saranno da contarsi fra gli altri privilegi riservati alla maggioranza nel sistema costituzionale. E siccome le maggio­ranze si modificano, i privilegi vengono mutando titolari, e ne nasce una tal quale giustizia distributiva.
D'Azeglio, tuttavia, aveva precisato subito dopo:
Una linea politica non può essere indifferente per un paese. Se è buona (e tale dev'essere tenuta da chi la scelse) bisogna difenderla.
<c Per difenderla converrà circondarla di difensori; e per questo il governo, per mezzo de* suoi organi, dove dire agli Elettori: - Eccovi i nomi di ohi difende la mia politica; se l'approvate, eleggete loro. Questa è onesta e ragionevole raccomandazione, e se l'ap­poggia con mezzi onorevoli, nessuno può trovarvi a ridire
Ma se il governo, per un deputato fu promettere una ferrovia, per l'altro un ponte, per questo una nuova circoscrizione, per quello un nuovo gonfaloniere che regalerà le campane assenti; se ad un suo deputato, che pericola, verbigrazia, in Lombardia perché vi BOS note le sue gesta, scaverà un collegio o in Sicilia o in Calabria, e spaventando con desti­tuzioni, o lusingando con promozioni, croci ecc., peggio poi corrompendo, verrà ad ottenere il suo intento, allora il partito che governa avrà abusato della sua autorità, violate le leggi morali e politiche, e di più lo gran legge del suo ben inteso interesse.
Cfr. MASSIMO D'AZEGLIO, Agli dottori cit., pp. 456-457,