Rassegna storica del Risorgimento

GUERRA ITALO-TURCA 1911-1912; ITALIA POLITICA COLONIALE 1911-19
anno <1966>   pagina <300>
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300 Raffaele Molinelli
che ebbero il torto di far credere che la Libia fosse per noi la ra terra promessa .*)
Ma gli oppositori si trovarono ben presto isolati nella loro azione e non poterono contare che sulle falangi, d'altronde scarsamente compatte dell'estre­ma sinistra, socialista repubblicana e anarchica, sull'organo radicale II Secalo e su qualche nome di rilievo, come quello di Gaetano Mosca.2) Tutto il rima­nente e vasto settore dello schieramento politico e dell'opinione pubblica si decise a poco a poco a favore dell'impresa. La stampa d'informazione, che in un primo momento quasi all'unanimità aveva accusato i nazionalisti di compiere un'opera disonesta con la loro propaganda per Tripoli e che aveva negato l'esistenza di una vera e propria questione tripolina ,3) si era andata gra­dualmente convertendo alla causa della necessità della spedizione militare. Ài primi di settembre tutti i maggiori giornali italiani propugnavano calorosa­mente l'impresa con in testa il più autorevole di essi, Il Carriere della Sera, che in una serie di articoli dal 10 al 18 settembre fissava i motivi della sua con­versione in ragioni di carattere morale , cioè nella necessità di far valere final­mente le ipoteche che la diplomazia italiana aveva da tanto tempo posto su quelle terre.4)
Questa specie di record di concordia nazionale , di prodigiosa unani­mità , per usare le espressioni dei nazionalisti,s) che accomunava L'Idea na­zionale e i sindacalisti de La Lupa, D'Annunzio e Teodoro Moneta, Podrecca e i cattolici, socialisti, come Ferri, De Felice, Bissolati, e i liberali conservatori del Corriere della Sera, i futuristi e Pascoli e Ada Negri, repubblicani, come Barzilai, e monarchici, trovava il suo fondamento nei motivi più diversi. Vo­lontà di potenza e di avanzare nel mondo , miraggi di una terra promessa per la patria operaia e la grande proletaria , crociate di civiltà e desiderio di riscattare debolezze e sconfitte passate, velleità attivistiche e consapevolez­za della necessità di una presenza italiana nell'Africa settentrionale e di riscuo­tere il saldo di una politica da tanto tempo impostata, confluivano insieme e, imiti a un sentimento di orgoglio, alla convinzione di poter ormai contare qual­che cosa sulla scena della politica internazionale, cementavano forze e ideali disparati e costituivano un notevole blocco di opinione pubblica con enormi capacità di influenza sull'intero paese, sì da dare all'impresa un favore popo­lare assai ampio.
Non solo motivi ideali, però, premevano a favore dell'impresa ma anche ben precisi interessi economici. Infatti fin dall'aprile del 1907 il cattolico Banco
M G. VOLPE, op. eh., p. 29; S. CIUBBDEZI, op. ciu, p. 156. Anche P. L. Occhini, pur negando che Corredini e i suoi amici avessero mai parlato a proposito della Libia, di straordinarie ricchezze, di Eldorado, ecc., era tuttavia costretto ad ammettere che non si poteva escluderò che ci fosse stata qualche esagerazione di linguaggio (P. L. OCCHINI, Corredini africanista, cit., pp. 204205).
*) Cfr. La Tribuna, 20 e 22 settembre 1911. Scritti poi raccolti in G. MOSCA, V Italia, e la Libia, Milano, 1912.
3) Vedi, ad esempio. Lo Tribuna, 16 giugno 1911 e 1/ Messaggero, 24 febbraio 1911. Sull'atteggiamento di alcuni giornali italiani nei confronti dell'impresa vedi Videa nazio­nale, 10 ottobre 1912.
4i Vedi L. AMMOSTIMI, op.. citjj, parte I, voi. II, pp. 115-116.
8> E. COBBAnmi, Vara di Tripoli, eh., p. XI? G. BEVIONK, op ci*., p. 197.