Rassegna storica del Risorgimento
BIBLIOTECA UNIVESRITARIA DI GENOVA FONDI ARCHIVISTICI
anno
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1966
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pagina
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345
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Libri e periodici 345
ispira giudizi anche recisi, come quello, che il partito sociaIrìformista apparve sabito infiacchito dal debole impegno teorico e dall'opacità culturale (pag. 91).
Tale fu, infatti, il peccato d'origine del nuovo partito* Come lo stesso Mauzotti ricorda, esso nacque non tanto come dibattito ideologico, quanto e quasi esclusivamente come dibattito delle tendenze, su un piano politico ben più che su quello culturale: esso rimase perciò sempre invi soldato nelle questioni di tattica, senza possedere una strategia d'azione politica ad ampio respiro, e senza l'intima fiducia di rappresentare una soluzione globale dei problemi della società italiana. I suoi teorici, se così potessero chiamarsi quelli ohe furono in realtà i suoi portavoce nei giornali e nel parlamento, rimasero sempre a muoversi al margine delle grandi correnti di opinione nazionale, e furono di volta in volta trascinati in una o in un'altra direzione: prima quella del socialismo, poi quella dell'interventi -sino, e infine quella del fascismo, che li travolse e li gettò sulla riva della storia. Eppure, in ognuna di quelle direzioni, il partito riformista portava un suo contributo di esperienze e di speranze, che corrispondeva precisamente a ognuna di quelle tre principali questioni,, che costituivano la sua ragione di vita, e che il Mauzotti ha così precisamente identificato: la prima, il superamento del partito socialista in un partito del lavoro, a larga base democratica; la seconda, il rapporto di integrazione fra i termini di classe e di patria: la terza, il ruolo che doveva assumere lo Stato nell'opera di riforme sociali. E per ognuna di queste tre questioni, non c'è dubbio, alla luce della verifica storica, che il partito socjahriformista interpretasse un'esigenza autentica e giusta, pur senza riuscire ad approfondirla nella opera politica.
In merito al programma di un allargamento della visione socialista, non si può negare che il principale ispiratore dell'azione politica del partito, e cioè Leonida Bissatati, ne avesse chiara coscienza. Acquistano perciò un senso patetico e profetico insieme le parole ch'egli scrisse in uno dei suoi ultimi articoli, il 16 dicembre 1919, pochi mesi prima di morire, e che il Mauzotti riporta: Noi non siamo gli apostoli di un'idea nuova: siamo i realizzatori di quel tanto di idee e di programmi socialistici che è compatibile col nostro tempo e col nostro ambiente. In sostanza, noi trasferiamo'nella democrazia quell'elemento e quel calore socialistico di cui essa ha bisogno per introdurre nello Stato tutto ciò che appare maturo nel movimento delle classi operaie, il quale avviene ormai intieramente fuori noi e del nostro controllo. . Amara confessione questa per un socialista, ma anche lucida visione di una maturazione storica, destinata a dare i suoi frutti in più propizia stagione.
Anche in merito al secondo punto, quello dell'inserimento della idealità socialista in una tradizione nazionale (e non viceversa, cioè di uno snaturamento nazionalista del movimento), Bissolati aveva visto giusto. Ma, come osserva Mauzotti, il dramma dello interventismo democratico consisteva in ciò: esso era mi moto d'ispirazione risorgimentale teso ad allargare le basi popolari dello Stato, che ben presto perdeva il controllo del movimento storico; donde una deviazione rispetto alla traiettoria prevista e il sopravvento di altre forze che metteranno in crisi la democrazia (pag. 113;); per cui l'interventismo non aveva vivificato ma soffocato il social riformismo, che più di ogni altra corrente usciva dal conflitto completamente logorato, sfigurato, irriconoscibile (pag. 138).
E in quanto al terzo aspetto accennato, quello relativo ai rapporti tra l'iniziativa dello Stato e il processo di trasformazione economico-sociale, ha rilevato acutamente il Manzoni come il partito mostrasse la sua arretratezza ideologica, rimanendo legato a schemi e problemi propri delle situazioni agricole e provinciali del Paese, e perciò trovando il suo terreno piò fertile di diffusione nell'Italia meridionale, e specialmente in Sicilia, II fascismo, invece, compì ben presto il trasferimento del suo centro d'interessi dalla Romagna alla Milano industriale, dove trovò enaritenne il suo punto di forza fin dopo l'episodio dell'Aventino, e dove compi in breve tempo un percorso, simile a quello già tracciato dal urialriformismo: cioè passando dall'opposizione dì sinistra, attraverso l'esaltazione dei valori nazionali e popolari dell'interventismo, all'accettazione dello statalismo e del principio monarchico* Ai socialrii'ormiHti, fedeli ai loro ideali originari di libertà, non rimase che il rifugio della protesta morale e l'attesa della vendetta della storia: che si verificò, quando allo stesso Bonomi, che aveva scritto l'epigrafe del partito dissolto in un suo libro del 1923, Dal socialismo al fascismo, toccò di presiedere un governo, il primo di cui fecero parte i socialisti, per far risorgere l'Italia dalle rovine. Vannini FiiosrM