Rassegna storica del Risorgimento

GROSSI ERCOLE GIUSEPPE; RIMINI STORIA 1845
anno <1966>   pagina <431>
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I MOTI DI RUMENI NEL GIUDIZIO DI UN GESUITA
Le indagini che da tempo conduciamo sulla cultura e l'impegno pastorale del clero romagnolo lungo l'Ottocento ,cì consentono d'imbatterci spesso in documenti che rivestono un'importanza eccezionale, anche ai fini della cono­scenza delle coeve vicende politiche. È questo il caso di una lettera che il gesuita p. Ercole Giuseppe Grossi indirizzò nelTautunno del *45 da Roma al confratello p. Bernardino Latini, rettore del Collegio dei Nobili di Napoli, nella quale, insieme ad aspri giudizi sulla corte romana, si legge una relazione di quanto accadde nei moti di Rimini del 23-27 settembre 1845. Quei moti, ad onta del loro totale pratico insuccesso, ebbero nella coscienza degli Italiani un'eco destinata a durare nel tempo, in grazia soprattutto del fatto che ad essi ebbero ad interessarsi uomini politici della levatura di un Luigi Carlo Farina, di un Giuseppe Mazzini, di un Massimo d'Azeglio, di un Gino Capponi. Il Farini, dopo di aver dettato quel tremendo atto d'accusa che è il noto Manifesto di Rimini, commentò diffusamente i fatti accaduti nella città adriatica ne Lo Stato Romano, venuto in luce nel 1850; il Mazzini con la sua lettera a Sir James Graham, Italy, Austria and the Pope (1845), e con l'altro scritto The Pope and the Italian guestion (1846-1847), pose l'accento sulle incongruenze di un regime che non teneva alcun conto delle aspirazioni e degli interessi dei popoli; l'Azeglio, con l'opuscolo meritatamente celebre Degli ultimi casi di Romagna -Riflessioni (1846), nello stesso momento in cui giudicava inopportune le inizia­tive promosse da Pietro Renzi e compagni, non aveva dubbi nel considerare più che motivata la ribellione; il Capponi, finalmente, con un articolo apparso anonimo sulla parigina Gazzetta Italiana il 25 ottobre 1845, quindi a meno d'un mese dagli eventi, mise in evidenza i mali endemici che travagliavano gli Stati della Chiesa.
Svitiamo di dare una sia pur succinta narrazione dei fatti di Rimini, per­ché a quella quatriduana vicenda si sono interessati, anche in epoca recente, tanti cultori di studi storici, ai cui saggi rinviamo i lettori.J) Piuttosto crediamo opportuno fornire alcuni lumi sui meno noti personaggi del mittente e del destinatario del documento che ci accingiamo a rendere noto, i rammentati p. Grossi, oriundo di Ferrara, e p. Latini, oriundo di Villagrande (Pesaro).
Il p. Grossi (1805-1856) era gregario della provincia romana dell'Ordine, ed era impiegato dai superiori come predicatore di quaresimali, mesi mariani, le­zioni bibliche; come tale, calcò i pulpiti più importanti d'Italia, mietendo, tut­tavia, successi e insuccessi, in ragione della discontinuità del suo impegno. Il
i>) Assai nutrita è la bibliografia riguardante i moti di Rimini. Ci limitiamo a citare: I. GRASSI, La capitolazione dette bande di Rimini. Il governo toscano e Z'esfra-dizione di Pietro Renzi (1845-1846), in La Romagna, a. V (1908), pp. 347-375, 428454, docc. 4; M. MENGHOTI, Rinaldo Andreini e i moti di Romagna del 1845, in Rassegna storica del Risorgimento, a. Ili (1916), fase. V-YI, pp. 445-516; 0. MONTENOVESX, 1 casi di Romagna (23-30 settembre 1845), in Rassegna storica del Risorgimento, a. VIII (1921), fase. IH-IY, pp. 307-426; P. ZA MA, La pubblicazione dell'opuscolo azegliano Degli ultimi casi di Romagna, in Studi romagnoli, a. I (1950), pp. 313-334; P. ZA MA, // Manifesto di L. C. Farini e l moti romagnoli del 1845, in Studi romagnoli, a. II (1951), pp. 363-387.