Rassegna storica del Risorgimento
GROSSI ERCOLE GIUSEPPE; RIMINI STORIA 1845
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1966
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Romolo Comandi ni
p. Curci ne traccia nelle sne Memorie un brioso profilo e gli attribuisce somma ripugnanza... al lavoro, aggravata da una uguale smania di mettere in mostra la singolare versatilità del suo ingegno, ciarlando le intere mezze giornate... dovecché trovasse un paio di orecchie pazienti ad ascoltarlo e disposte ad ammirarlo. Di tutto dissertava escattedra: di scienze, di arti, di letteratura, di ferrovie, di cannoni rigati, d'illuminazione a gas, in somma de omnibus rebus et ae quibasdani. aliis. Di qui avveniva che nei corsi di prediche... a delle rare veramente belle, quando gli era saltato il grillo di lavorare, se ne intrec-j davano delle altre deplorabili, che erano una vera pietà, e parevano, pel contrapposto, tanto più brutte di quel che erano; sempre il Curci narra che, essendo andato una volta ad ascoltarlo un celebre avvocato partenopeo coi suoi aiutanti di studio, ebbe a dir loro : Oggi abbiamo udito un grande oratore ; ma ritornato qualche tempo dopo, si trovò nella situazione di dover esprimere un giudizio antitetico: Oggi abbiamo udito un grande ciarlatano ; e il fondatore della Civiltà cauolita conclude, definendo a sua volta il confratello grande oratore e grande istrione.1)
Figura assai diversa, per l'equilibrio da cui era caratterizzata, è quella del p. Latini (1798-1876), membro della provincia napoletana della Compagnia. Dopo di avere seguito i primi studi nel seminario di Pennabilli ed aver ascoltato a Rimini le lezioni di dogmatica dell'allora notissimo don Carlo Joli, che teneva una via di mezzo fra giansenismo e molinismo, entrò ventitreenne, nel 1821, nell'ordine ignaziano. Ivi coprì funzioni di grande delicatezza e responsabilità, quali quelle di confessore della regina madre Maria Isabella di Spagna e dei principi del sangue, di direttore spirituale di dame del patriziato partenopeo, di rettore del convitto e del Collegio dei Nobili. Alunno, condiscepolo, maestro dei più insigni gesuiti italiani della prima metà del secolo, ne ottenne stima e amicizia incondizionate, tanto che grande fu il rimpianto dei confratelli, quando, nel 1850, uscì dalla Compagnia. Presa dimora nel natio Montefeltro, non abbandonò l'attività di ministero, ponendosi al servizio dei vescovi di Rimini e Pennabilli. 2ì
Il Grossi e il Latini avevano consolidato la loro amicizia nel 1843, allorché il Ferrarese era stato assegnato al pulpito del Gesù Nuovo a Napoli, per predicarvi la Quaresima. Tale fu il successo che vi ottenne, che anche negli anni seguenti fu chiamato a tener corsi di predicazione in altre chiese napoletane. Il re e la regina madre manifestarono subito grande simpatia per l'esuberante oratore, il quale, per parte sua, non ebbe timore di palesarsi zelatore dell'alleanza di trono e altare.
Il superstite manipolo di lettere del Grossi rende testimonianza di un'amicizia durata a lungo, anche dopo la da tutti deprecata uscita del Latini dai ranghi
2) A conferma del giudizio formulato dal p. dirti sul Grossi, si veda ciò clic afferma un altro notissimo oratore gesuita del tempo, il p. Ferdinando Minini, il quale, dando notizia al p. Latini di un quaresimale predicato a Torino dal confratello* scrive in data 16 maggio 1844: ...Mi scrivono i nostri che è stata per le cose nostre una vera disgrazia quella sua predicazione... Il Conte Sol uro della Margarita mi scrive: * Quel modo di predicare non è piaciuto, né potrà piacere in questa città; ed io desidero che egli non ci torni più*. Che vuole? Ha troppo ingegno e si fida troppo di sé . Cfr. R. COMANIHNI, Notizia sul Cardinale Carlo At:tany in Rassegna di politica e di storia, n. 125 (marzo 1965).
3) Sai p. Latini cfr. R. COMANDIMI, art. cit., passim.