Rassegna storica del Risorgimento

CARTEGGI (ODDO-ODDO BARONE); ODDO LUIGI LETTERE; ODDO BARONE GI
anno <1966>   pagina <466>
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Nicola Giordano
una specie di derisione che il governo francese avesse volato fare all'Italia per ì suoi particolari interessi. Questo giudizio d'un giornaletto sempre ufficioso produsse qualche impressione. Il giorno 18 sbucò la voce non sappiamo da dove, che s'annetteva a quel protocollo il patto dell'immediato trasferimento della sede del Governo da Torino a Firenze, voce che non si curava smentire come ai sarebbe desiderata dai giornali del ministero, epperciò d'ora in ora prendeva consistenza, talché al giorno 19, divenne per Torino una spaventevole verità, che sparse la più dolorosa costernazione in tutte le classi della popola­zione. Il giorno 20 inaugurava un movimento d'agitazione suscitato da voci, opuscoletti e stampe lavorate all'in fretta con vari titoli come per esempio: O Torino o Roma Torino o Roma e non Firenze capitale. Il ministero e la capitale è Firenze ed altri di siimi conio. La Gazzetta del Popolo debuttò un articolo incendiario contro questo benedetto trasferimento, dimostrando a suo modo che si voleva fare un violento attentato alla maestà di Torino che tanti e tanti sacrifici aveva fatto per la causa italiana, per privarla della sede del governo e trasferirla per sempre a Firenze e rinunziando a Roma.
Così fu che la sera ebbe luogo una pacifica dimostrazione capitanata da un certo ex prete chiamato D'Ambrogio. Però bisogna dire la verità, i seguaci di questa dimostrazione erano sulle prime assai pochi, e di tutta bordaglia che poi via via andarono aumentando, di soliti curiosi ma sempre in piccola pro­porzione. Le grida consistevano o Torino o Roma, abbasso la Francia, abbasso il Ministero, viva Garibaldi, viva l'Italia. Quand'anche questa dimostrazione abbia avuto la durata di alcune ore pure fu bastevole ad accrescere l'allarme e la costernazione in tutto il popolo di Torino. L'indomani 21 questa dimostra­zione fu glorificata dalla solita Gazzetta del Popolo, dicendo che alcune migliaia di cittadini avevano giustamente alzata la voce contro un trattato lesivo alla causa italiana. La Gazzetta di Torino che esce il dopo pranzo credè per amore dell'ordine alzare una polemica contro la Gazzetta del Popolo dicendo che quella dimostrazione era stata capitanata da un pazzo ed animata d'un pugno-di gentaglia che non valeva la pena di riguardarla. La Gazzetta di Torino si credeva troppo autorevole in un momento di commozione suscitata da gravissimi interessi materiali, da presumere che fosse creduta. Disgraziatamente s'inganna e diede causa a più tristi avvenimenti. In effetti senza mettere tempo a tempo i capi agitatori risolvettero di aggredire la tipografia di detta gazzetta e rove­sciargli le macchine e gli ordigni. Per una fatale coincidenza la tipografia è sita sulla piazza S. Carlo a canto della Questura, fu quindi naturale che le guardie di questura accorsero sul luogo ad impedire quella flagrante illegalità! Fu ciò causa d'un tafferuglio che la forza pubblica era obbligata disperdere facendo uso delle daghe contro i pochi [sic] persone che a miracolo non pro­dusse sul momento più tristi conseguenze.
Da ciò nacquero dei ferimenti di popolani e degli arresti, ma quella conci­tazione si disciolse e la tipografia non fu molestata. Poco dopo quegli arresti furono reclamati dal Municipio che fin dalla mattina stava in seduta permanente per provvedére agli interessi di Torino e dell'Italia. Il questore per una misura di prudenza aderì al reclamo del Municipio e gli arrestati furono prontamente rilasciati.
Ciò non pertanto quella interposizione della questura fu riguardata dagli agitatori come un attentato poliziesco alle dimostrazioni pacifiche d'un popolo giustamente risentito contro un giornale antipatriottico e quindi gli agitatori fatti più numerosi pensavano la stcssu sera di tornare alla carica a dispetto