Rassegna storica del Risorgimento

ITALIA STORIA 1862; PASOLINI GIUSEPPE CARTE
anno <1966>   pagina <484>
immagine non disponibile

484
Libri e periodici
Affiora ili fai li in piò di una dissertazione e questa vuol essere una semplice esempliliivaz>ona fra le altre il problema del decentramento e dell'accentramento amministrativo! la cui soluzione tormentò allora, e non è senza comprensibile tor­mento nei giorni nostri.
FIERO ZAMA
NINO CORTESE, II Mezzogiorno e il Risorgimento Italiano] Napoli, Libreria Scientifica Editrice, 1965, in 8, pp. 486. L. 5500.
La chiave per intendere il significato ed il nesso del titolo dato dal Cortese a questa utilissima e preziosa raccolta di suoi saggi, tanto noti quanto dispersi (saggi tenuti insieme da un saldo onimxts di storia nazionale meridionale, e propriamente napoletana, in cui il Risorgimento sabaudo, ma anche quello mazziniano, entrano piuttosto di straforo) si rinviene proprio nel saggio introduttivo, una fitta discussione sull'altrettanto fitta e lunga querelle intorno alle origini del Risorgimento, le quali, secondo le conclusioni dell'A. (confortate di recente da una serie di adesioni, tra le quali Io scrivente si rammarica di non poter annoverare la propria) vanno più con­venientemente che altrimenti collocate nei decenni finali del Seicento napoletano, nel periodo cioè della rinascita filosofica le coi vette metafisiche e civili si sogliono identificare, più o meno correttamente, con i nomi del Vico e del Giannone. Mezzogiorno patria del Risorgimento, dunque, sulla via regia etico-politica del Croce e della grandiosa epifania che conclude la Storia del Regno di Napoli, malgrado le irrequiete ombre evocate di recente su di essa da un ortodosso, ancorché ammoder­nato ed ammaliziato, come il Galasso. Ovviamente, qualche bersaglio polemico nel­l'interpretazione dell'A. appare oggi alquanto sfocato (il Settecento metastasiano è passato da gran tempo di moda): ma non si può negare persistente validità e vigore alla demolizione del mito piemontese ed alfieriano del Risorgimento evocato dal Maturi, ovvero a quel fermo picchiare sul Genovesi (che è però ben altra cosa dagli ateisti, dagli anticnrialisti e dallo stesso Giannone!) come padre ed ispiratore massimo - sono le conclusioni recentissime del Venturi del giacobinismo napole­tano. Naturalmente, l'interpretazione etico-politica del Risorgimento opera della cultura , questo De Sanctis guardato con tenacia attraverso Croce, urta contro lo scoglio odiosamato dei muratiiani, questa classe dirigente singolarissima per concre­tezza e gusto creativo nella storia meridionale, che intellettuale in senso stretto non può dirsi né sotto il rispetto aslrattizzante e dottrinario settecentesco né sotto quello eminentemente hegeliano o romantico del secolo successivo, ma che pur è composta di uomini coltissimi forniti di conoscenza non più superata delle reali condizioni del paese, e di energia adeguata per affrontare i problemi che ne derivano. In realtà, i murattiani, con le loro estreme propaggini di economisti e studiosi dell'amministra­zione, rappresentano l'ultimo e più cospicuo anello di una tradizione di governo di formazione, si, elevatamente culturale, ma tempratasi costantemente e vigorosamente nella pratica della cosa pubblica, con le flessibilità e gli empirismi del caso, ma anche con un'aderenza riformistica assidua alla situazione schiettamente pre-rivoluzionaria (né soltanto per le declamazioni giacobine) del regno. Questa tradizione, venuta a maturarsi col vicercgno austriaco attorno al Fraggianni che risolve su piano di governo lo sterile equivoco intellettualistico dell'Argento, persiste fino al cadere del secolo, mantenendo legami intensi ma non esclusivi, e tuttfultro che di subordinazione, rispetto al mondo della cultura ne non attorno a quel gran crocevia di pensiero e di opere che fu la scuola del Genovesi È tipico anche di uomini che avevano esor­dita nella più disinteressuta meditazione libresca, come Palmieri e Cuoco, questo fer­vore di concretezza, questa pedanteria burocratica, questa severità ed essenzialità di programmi non appena sono chiamati e lo mediazione, la trasposizione, non sempre, s'intende, ò felicissima a responsabilità di governo: fervore, alacrità, severità, che risplendono in più alto grado nei ministri che più compiutamente ri erano immersi in quest'impegno civile, Zurlo, ad esempio, o lo stesso Medici, e