Rassegna storica del Risorgimento
ITALIA STORIA 1862; PASOLINI GIUSEPPE CARTE
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1966
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pagina
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493
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Libri e periodici
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militoni. già pubblicati dal Romano ùàVEpistolario e stesi negli aitimi mesi del S, quando il Pisacane vedeva addensarsi sol Mezzogiorno d'Italia la duplice minaccia d'una cospirazione muratiiana o d'una qualche azione moderata, qualche ripiego di conio inglese o cavourìano: doveva scrivere poi amaramente a Nicola Fabrizi, nei marzo del '56, cbe pareva d'esser tornati al 1847, perché tutti tornavano a sperare nel Piemonte ; tutti lo veggono già iniziatore del nostro riscatto (.Epistolario, p. 249). Nel tempo stesso, vedeva cbe le speranze di tutti specie degli emigrati meridionali avversi all'iniziativa democratica si volgevano verso Luigi Napoleone: è uno spettacolo da dar nausea . Allora comincia quella sua meditazione assidua sul coraggio di iniziare , sul coraggio di chi sa farsi l'iniziatore d'un fatto , cioè, anche se la riuscita è più. che dubbia (Epist., p. 264, leti, al Fanelli del 15 settembre *56ì; le riflessioni dell'impaziente patriota si soffermano sulla possibilità d'insurrezione offerta dalla gigantesca Napoli (ivi, p. 348) come scrive ancora al Pateras nel febbraio del '57, riprendendo un'espressione di Carlo Botta. È curioso notare quanto il Pisacane, uomo d'azione, tenesse gli occhi fissi ad un passato, remoto o prossimo, alla storia nazionale, insomma, per incitare se stesso ed i commilitoni o i cospiratori ad insorgere, a tentare... C'è il paragone fra Napoli e Parigi nel '48, e la riflessione sagli errori comuni: Quando l'insurrezione si concentra in un ponto solo... (Epist p. 298). C'è il lontano ricordo delle glorie di Soma, da Romolo a Scipione , quando gli Italiani furono maestri di guerra del mondo , e inventarono l'ordine manipolare , portando l'arte della guerra alla più grande perfezione (voi. IH, p. 159); ci son le dotte campagne di Castracelo, di Dal Verme, di Sforza, del Pramino , quando sortimmo dalla barbarie ricorsa , poi gli esempi di Montecuccoli, e così via. Talora le pagine del Pisacane avvampano: Non sono i capi che fanno le rivoluzioni, ma ogni rivoluzione sorge coi suoi capi, come la tempesta colle folgori. Spezzate le catene domestiche della vostra gran Patria, suscitate le passioni ammorzate dal dispotismo e voi vedrete l'Italia in man che baleno sorgere terribile e grande come per lo passato (p. 161).
Gli articoli pubblicati su ha Libera Parola, in qualche modo riscoperti dal Romano, stesi nell'estate-autunno del 1856, ed il breve saggio su La questione nazionale, pubblicato sa Italia e Popolo nel settembre dello stesso anno, sono fra le più mature espressioni del pensiero pisacaniano. H Pisacane vi abbandona, fra l'altro, la paradossale, apocalittica tesi del non-rapporto fra riforme e rivoluzione, por tenendo fermo il concetto, veramente centrale nel suo pensiero, dell'assolutezza del principio rivoluzionario: Da opposizione parlamentare e da dimostrazioni legali può nascere una rivoluzione, ammette; ma guai se ai posti di responsabilità non s'impongono infine degli schietti rivoluzionari : e qui segue una serie di esempi, partendo da quello del Lafayette che, colle sue illusioni di monarchia repubblicana, perdette la rivoluzione del 1830 fino a quelli del Mannari, per il '48 romano, di Espartero e O'Don-nel, per la Spagna del *54 (pp. 181-137). Possono esser ingenui certi calcoli ad es. i dati ipotetici dell'articolo su Le forze del dispotismo e della rivoluzione in Italia (pp. 205-215), o troppo aspri i giudizi saH'italianissimo Cavour e, in genere, sulle possibilità di un affermarsi delle aspirazioni nazionali italiane in campo diplomatico (p. 195 e passim). Per contro, altrove, riflettendo sull'esperienza del periodo napoleonico, il Pisacane riesce a rivalutare la resistenza al dominio straniero persino quando si era sviluppata a favore dei Borboni, accennando in specie ai prodigi di valore compinti nelle città Calabre di Amanlea e Crotone - > si ìntrawedono qui le speranze d'un futuro afferma usi della stessa energia, sotto diverso segno nel suo Mezzogiorno (pp. 203-204). Certo, egli non voleva parlare da ispirato e da profeta, come il troppo mistico Mazzini (Epist., p. 118), voleva parlare anzi soltanto più il linguaggio dei fatti (ivi, p. 215), il solo die fosse comprensibile alle masse; voleva Integrare il problema o l'esigenza della conquista della nazionalità, che può definirsi l'essere delle nazioni (p. 270: art, su La quistione nazionale, ott. 1856) con l'esigenza di radicali mutamenti Istituzionali e sociali ( Dall'abolizione di ogni patto esistente, dall'abolizione di tutto le leggi, e perché tutte emanate dal dispotismo, e perché hi rivoluzione dal conservare le antiche istituzioni non ricava forza...