Rassegna storica del Risorgimento

ITALIA STORIA 1862; PASOLINI GIUSEPPE CARTE
anno <1966>   pagina <499>
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labri e periodici
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conservatore congiunto in ambigua e letteraria coalizione col sovversivismo professio­nale. Senonché tra l'A. e il Perticone - e prendiamo questi due uomini, s'intende, in senso emblematico, confortati dalla circostanza che lo studioso siciliano ha dato alle stampe di recente una sua interpretazione personalissima del periodo medesimo che l'A. qui prende in esame permane una divergenza di fondo meritevole di riflessione. Perticone vede l'irrazionalismo soprattutto come un dramma morale, mi profondo sconvolgimento sociologico dalle mille risonanze che vien fuori dalle più risposte scaturigini della vita e della coscienza nazionale; l'A. lo considera come una stortura esclusivamente, integralmente intellettuale, un gioco, un capriccio, un virtuo­sismo di minoranze usiamo il linguaggio leonardesco, così suggestivo per un'impo­stazione come questa le cui conseguenze sono schiettamente mistificatorie, la crea­zione di un mito fittizio, la demolizione astiosa e denigratoria della sana prosa costruttiva che disdegna la retorica. È evidente come, da questo punto di vista, Giolitti e Croce riappaiano come i demiurghi di un'Italia felice e cosciente, assolutamente incolpevoli delle successive degenerazioni che hanno scalfito e rovinato la loro opera, un po' solitari, è vero, un po' sfasati rispetto al paese e questo dovrebbe pur significare qualcosa! ma solidamente, fecondamente accomunati nel capitale con cetto di una pagina nuova apertasi dopo Porta Pia, una pagina in cui tutto è da scrivere, senza aneliti al passato e rimpianti per un presente che fugge irrevocabile e senza costrutto. Essi fanno il deserto intorno a sé, ed ecco cosi uomini come Antonio Labriola e De Viti De Marco espunti da una storia che vuol essere, ed è, essenzial­mente della cultura politica italiana lungo mezzo secolo; ecco gli economisti libe­risti ridotti al rango di volgari cospiratori e vagheggiatori di autoritarismi e nomini forti contro l'immacolato vigore del discorso giolittiano che si leva a volo dalla Banca Romana; ecco il generoso donchisciottismo di Salvemini e qualche querimonia inconcludente di Fortunato; ecco l'ombra minuscola ed insignificante di Sorci (non più. che uno studioso vicinano, per Croce!) e tatto il travaglio ideologico del socia­lismo italiano respinto con bel garbo sullo sfondo; ecco Crispi farneticante e Caval­lotti declamante, tutt'e due concordi nell'andare al sangue ed alla romanità, e nel-l'affossare le libertà parlamentari; ecco Sonnino che, in mancanza di meglio, non PUÒ essere cbe enigmatico; ecco il rozzo ed incompetente Salandra; ecco il confuso pragmatismo di Papini e l'idealismo malinteso di Gentile; ecco Mussolini intellettuale deraciné e leader politico per errore, essendosi imbattuto in un partito socialista florido di salate giolitliana; e così via di seguito. Conosciamo bene tutta questa fan­tasmagoria. 23 tuttavia il libro si legge volentieri, e merita assai, perché intelligente, acuto, attento ad aspetti poco chiari cbe gli anglosassoni, anche gli iconoclasti come Mack Smith, hanno pazienza e freddezza e sensibilità per illuminare fortemente (ma con quanto inevitabile schematismo! Volesse Dio che la crisi dei partiti e del parlamentarismo si fosse consumata ed esaurita tra la Banca Romana e l'ostruzioni­smo!}. Lo leggeremo tra breve in italiano, e se ne parlerà a lungo, farà riflèttere, anche se non dirà molte cose nuove. È questa la lode migliore per un libro di storia.
RAFFAELE COLAPIETUA