Rassegna storica del Risorgimento

PIO IX PAPA (GIOVANNI MARIA MASTAI FERRETTI)
anno <1966>   pagina <580>
immagine non disponibile

580
Giacomo Martino. SJ.
del popolo milanese, tanto prima della rivoluzione, quanto nel tempo della medesima. Quando si vede un popolo intero che si priva con grave incomodo di un uso assai caro reso per l'abitudine quasi necessario, a solo fine di recar danno al Governo che lo domina, è già manifesto argomento dell'odio generale di cui si e fatta segno quella dominazione, quando poi si vede che questo pò* polo tutto intiero, uomini, donne, vecchi, giovani e fanciulle di ogni ceto, di ogni condizione, subito che si presenta un'occasione di poterlo fare con spe­ranza di felice esito... insorge come un sol uomo, e si espone a perdere i propri beni, a spargere il proprio sangue, a perdere anche la vita a solo fine di scuo­tere il giogo di un governo che chiama tirannico, convien dire che tirannico veramente fosse... Né si dica che la rivolta di Milano fu l'opera di un partito fazioso, perché il fatto ha dimostrato che fu l'opera di tutto un popolo, ed un partito non poteva certamente riscaldare gli uomini in guisa da produrre un tale effetto, ed un fatto storico sì straordinario. Inoltre, checché sia della liceità della rivolta sul nascere, può essere giusta ora per timore dei gravi mali della repressione. Infine, un principe non offeso può fare guerra lecitamente per aiutare gli offesi, e tale principio si può applicare anche al Papa. Egli può dun­que partecipare alla guerra. Deve partecipare, per evitare tutti quei mali pre­vedibili, purché non vi sia pericolo di scisma o di scandalo, nel qual caso do­vrebbe astenersi.
P.C. Van Everbroeck S.l. Protesta il suo sincero effetto all'Italia: Ego sincere profiteor ex corde affectum, multumque diligere nationem Italianam sive Italicam, et dolere aliquas ex florentissimis eius provinciis alieno vel externo jugo subditas esse, et desidero ut ab eo liberar! queant. Tuttavia egli ricorda le provocazioni subite dall'Austria, i mali derivanti dalla guerra, e conclude negativamente. Non tocca il punto centrale della questione, il principio di na­zionalità, ma ammette che si possa tollerare o dissimulare la partecipazione dei volontari alla guerra: ut sub diti pontificii servitia militarla assumant in aliis exercitibus Italorum, iisque incorporentur, evitato nomine copiarum pontifi-ciarum .
P. L. Togni, Generale dei Ministri degli Infermi. La legittimità della guerra è per lo meno discutibile, dati i diritti dell'Austria da lungo tempo esercitati sull'Italia, e il carattere del suo governo, che propriamente parlando non può dirsi tirannico D'altra parte il Papa non può fare guerra che per difendere i suoi sudditi o la religione eventualmente minacciata, cosa che ora non si veri­fica. Si può al più tollerare la partenza dei volontari.
Con. F. Cosso, professore alla Sapienza. Ricorda i diritti dell'Austria, il valore relativo del principio di nazionalità, i mali più che probabili della guerra.
P. Giusto da Camerino O.F.M. Capp. È decisamente contrario alla parte­cipazione alla guerra, per cui non vede un motivo sufficiente, mentre sottolinea ì mali che ne deriverebbero alla religione ed allo Stato, Fortemente contrario al principio di nazionalità, dichiara che il governo centrale di uno Stato può anche, per legittima difesa, soffocare una nazione. Ricorda i diritti che l'Austria ha acquisito col Congresso di Vienna, espone in modo vibrante i vantaggi del governo e dell'amministrazione austrìaca, si sofferma sui mali della guerra e sul pericolo di uno scisma.
P. G. CipoleUi O.P. L'intervento ò illecito, mancando gravi offese da parte dell'Austria. L'agitazione dopo il 29 aprile non è legittima né universale, ma solo fomentata da tristi, che agiscono contro le intenzioni del Papa. Il pericolo