Rassegna storica del Risorgimento
BIBLIOTECA UNIVESRITARIA DI GENOVA FONDI ARCHIVISTICI
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1967
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Le lettera dì S. Tìirr a F, Sciavo
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daranno chi sa qual tìnta sul programma nazionale, sui plebisciti, sul patto, sulla carta geografica italiana.
Hai fatto bene a rammentarmi quel giorno: il cielo aveva un aspetto mesto come quello di oggi, sul monte si vedevano qua e là i morti negli atti diversi del loro riposo, le trombe suonavano dalle vette, e già nella valle gli ultimi drappelli di Cavalleria borbonica avviati sull'orme dell'esercito fuggitivo, e in cuore a noi la vittoria, e U fuoco dei nostri ventanni, e la fede. Non sono passati che dieci anni. Ora ti pare egli che una nazione abbia potuto correre così precipitosa, in sì breve spazio, verso una grande abblezione quasi di uomo consumato da morbo schifoso e procacciato coi viri, mentre dava ad intendere a se stesso, al mondo, che la via su cui correva aveva per metà U Campidoglio, là dove gli occhi della Storia non possono disconoscere il nostro diritto? Dieci anni invero non bastano a trarre così in basso un popolo, dove nell'ossa di lui non fosse stato il germe della carie della tabe che ora si rivela con tanto marciume. Sì, nel '59 bevemmo il cordiale e galvanizzati un tratto credemmo cPes* sere giovani. Abbiamo presa in mano la spada, ci sentimmo forti a reggerla un istante, e senza badare attorno, movemmo alla battagliti. Vincemmo coli'aiuto straniero, ma non ci avvedemmo d'aver combattuto a guisa di mercenari; anzi ora abbiamo chiesto ragione a coloro che gridavano più alto, come avessero prese le armi, mentre la patria aveva mestieri delle forze di tutti i suoi figli, mentre si era dovuto accettare il concorso francese. Si tirò innanzi alla cieca, gridando come leoni e mansueti come agnelli. Hanno massacrato Anviti? La nazione è disonorata! sclamava D'Azeglio. E la nazione rispondeva: e vero! Stolti! Anviti vivo avrebbe tra pochi anni comandato a Custoza una divisione Italiana. Venne Napoli. Chi osò affrontare i Borboni? Ma! Una mano di sfaccendati ora pazzi sublimi, ora ladri, secondo piaceva a Cavour di farli chiamare. Ma se la Corona di Napoli ci viene da gente sifatta è vergogna accettarla, anzi è ingiustizia. Oh a queste cose in politica non si bada: Garibaldi se ne vada a Caprera! egli è fatto per la battaglia, l'indomani è ridicolo: noi siamo gli uomini, sta bene, ora Garibaldi va a Caprera, ma poi vorrà bene andare a Roma! Come a Roma? Roma è la sede del Vicario di Dio, e noi crediamo nel diritto divino, e Ut religione cattolica è quella dello Stato, e noi vogliamo morire da buoni cattolici con un buon prete allato. Roma non si deve toccare. Ma Garibaldi vi trascinerà. Aspettate! lo disarmeremo moralmente. È presto fatto. Si vota Roma Capitole solennemente in faccia ai popoli, e solennemente sotto il tappeto si promette al papa di non molestarlo. Ecco fatto. Vi piace? Aspromonte sarà giustificato, e si ripetesse cento volte, cento volte ci sarebbe ragione da vendere per gli autori, i quali potrebbero dire: Roma è nostra, ma il tempo di andarvi lo abbiamo a scegliere noi. Così si arrivò sino a ieri: e ieri la testa di un povero giovane fu scaraventata non alla nazione ma all'esercito, caso che si arrischiasse a pensare, a discutere o su Roma, o sull'alleanza Italo-Francese. E qui per continuare a dire di politica converrebbe che io entrassi nei presagi. Non lo fo perché sarebbero di colore oscuro. Ma giacché di politica ho parlato sin qua, aggiungo che a me pare di sentire un'aura buia che soffiera tra poco un vento tempestoso, il quale accenderà un tratto la guerra civile. Avvenga che può, due vie sono aperte all'uomo che sdegnerà di chinare la fronte: il sepolcro o l'esilio. Per me, pur di serbare nell'anima mia la sua dignità, io so di essere tale da potermi acconciare quandochesia d'un pezzo di pane, seduto in qualsivoglia maniera; e a conti fatti morire sul lastrico, all'ospedale, o sulle piume è per me tutt'una, purché mi vegga allato un amico e la buona coscienza mi aiuti.