Rassegna storica del Risorgimento

BIBLIOTECA UNIVESRITARIA DI GENOVA FONDI ARCHIVISTICI
anno <1967>   pagina <160>
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II doti. Manfredi, nella introduzione generale, dopo ver giudicato il 1066 come non Usto per la nostra storia, perche pieno di luci e di umbri', passò a studiare le ripercussioni degli avvenimenti dell'anno nulla nostra provincia analizzando lo spi* rito pubblico caratterizzato in Iurta la nazione da dne periodi} di profonda euforia prima, di abbattimento poi. Nella nostra città invece, da quanto risulta dai giornali dell'epoca, si nota lo spirito di equilibrio di tutto il popolo.
Il prof. Giuseppe Berti nella comunicazione Raggruppamenti politici a Pia­cenza nel 1866 premise che tuli raggruppamenti si presentarono piuttosto corno movimenti di idee, liberale, cattolica, social progressista, che non come partiti or­ganizzarli La relazione fa documentata da carteggi inediti e circolari governative riservate, giacenti negli Archivi di Stato di Milano e di Parma, nell'Archivio Cen­trale dello Stato di Roma. Alla fine della sua esposizione, il relatore ha tratto varie conclusioni, tra le quali quella che la reazione alla guerra del 1866 affondava le sue radici nel terreno sociale ed economico.
II maestro Dante R a bit ti parlò dei combattenti e dei caduti piacentini nella terza guerra d'indipendenza. Il numero dei caduti è incompleto mancando un'opera organica, tuttavia si può affermare che 3 numero dei volontari si aggiri sui quattro­cento, i cadati furono solamente una decina di Piacenza e di alcuni paesi della provincia tra cui Nihbiano, Firenzuola, Rivergaro; essi caddero a Custoza, nel Tiralo. a Lisea.
Serafino Maggi, trattando della Piazzaforte di Piacenza nel 1866 parlò della su notevole importanza. La città con Alessandria e Bologna costituì i car­dini della difesa tattica, in quanto doveva difendere verso nord, est, sud, la nuova nazione italiana e contenere gli attacchi che avrebbero potuto pervenire dal quadri­latero austriaco. Intenso e frenetico fu il convogliamento di truppe, quadrupedi, viveri, armi. Momenti di orgasmo e di tensione si ebbero nella piazzaforte dopo la tragica giornata di Custoza, ma i successivi svolgimenti della guerra evitarono che Piacenza sì trasformasse in un baluardo di prima linea.
Nel quadro della storia della unificazione legislativa dello Stato italiano creato dal Risorgimento e coronato dalla emanazione dei codici entrati in vigore, un secolo fa, nel 1866, il prof. Naselli Rocca esaminò la posizione dei giuristi piacentini e par mensi. Costoro provenendo da una scuola di alte tradizioni, sia universitarie sia forensi, seppero unire profonda dottrina e slancio verso le esigenze giuridiche della nuova società italiana, partecipando alla vita parlamentare e a quella delle altre magistrature giudiziarie e amministrative del Regno ai primordi della sua vita unitaria. Diversi di essi furono valorosi collaboratori, alle Camere e nelle commis­sioni, alla elaborazione dei vari codici. A costoro si debbono associare per una operosità che, iniziata ai tempi propriamente detti dell'unificazione, prosegui vali­damente anche nei decenni successivi illustri cattedratici piacentini e parmensi che insegnarono nelle rinnovate università italiane.
Il dott. Corrado Sforza Fogli ani trattando de : l'Unificazione amministrativa espose i vari giudizi sull'unificazione amministrativa a Piacenza. Attuata all'inizio in vari modi e parzialmente nelle varie regioni a mano a mano che esse entravano a far parte del Regno d'Italia, essa venne realizzata in maniera organica con la legge del 1865, soprattutto con l'abolizione del contenzioso amministrativo. La riforma unificatrice si attuò poi con la nuova legge comunale e provinciale. L'esigenza di questa legge nasceva soprattutto da una nuova necessità, quella di avviare nn pro­cesso di decentramento in comuni e Provincie più facilmente controllabili dai cit­tadini. Attraverso le opinioni dei giornali piacentini emerge come tali leggi vennero giudicate nella nostra città.
Nel centenario della morie di Massimo d'Azeglio non poteva mancare un accenno al grande uomo politico. Questo compito toccò al prof. Giovanni Fortini, che espose il giudizio del nostro Pietro Giordani su Gli ultimi casi di Romagna. Non risultano rapporti né personali, né epistolari fra il d'Azeglio e il Giordani.