Rassegna storica del Risorgimento

ROSSETTI DOMENICO
anno <1967>   pagina <180>
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Giorgio NcgreUi
il Rossetti nella veste del protagonista di una gracile <c Azione dramma­tica , inneggiando allV. atto di dedizione di Trieste alla Casa d'Austria: <c Da infelice stato / sorga Trieste al fin: si acquisti pace, / Pace per­petua, e fortunato regno / Su pochi cittadin; e questi a meta / Aggiano patria, e libertate, e legge, / E grato e fido cor verso il sublime / Nostro nuovo Signor!
Il privilegio, però, è regola anche all'interno di questo modello ideale di città, al quale egli sarebbe sempre rimasto fedele ed in base al quale avrebbe ordinato ogni sua azione e pensiero. Ne è chiaro esempio quanto afferma in un'opera singolare nella quale accenna alle proprie idee nel campo pedagogico, dove appare ben chiaro il profilo di quella 7cóAi che egli vagheggiava.
Uomo, società, governo civile: sono idee e fatti ormai indivisibil­mente consistenti ... La seconda ed il terzo non possono esistere che per la prosperità del primo; ma tuttavia questo primo ed il terzo debbono necessariamente subordinare se stessi alla prosperità della seconda, per­ciocché altramente la reciproca loro armonia si sconcerterebbe e per tutti e tre andrebbe progressivamente in rovina .2) Si badi, la <c società di cui parla il Rossetti è ancora e sempre la città: per essa, in funzione della sua prosperità devono agire e governanti e cittadini. L'ordine deve, quindi, regnare nella città; e l'ordine per il Rossetti significa innanzi tutto distinzione.
Su queste basi, la polemica del Rossetti è precisa: è la resistenza al tempo moderno, la resistenza al diritto comune, all'uguaglianza intesa pur nella sua accezione meramente giuridica.
Ciò che col suo spirito aristocratico maggiormente contrasta è, in realtà, la massima fondamentale che IV ottimismo del tempo mo­derno propugna ad ogni occasione; il principio, cioè, altrettanto vero in astratto, che illusorio nella pratica realtà delle cose della uguaglianza degli uomini, e dell'unità di ogni loro consorzio . Il suo preteso realismo non può sopportare, infatti, idee e programmi secondo i quali tutti gli uomini avrebbero gli stessi diritti e gli stessi doveri ; non può accon­discendere con chi afferma che a tutti debbono vivere ed operare per la prosperità loro propria e della società civile cui appartengono e, per­tanto, tendere al maggiore perfezionamento delle loro doti naturali : questo è disordine, vana bramosia del perfetto e dell'ottimo ; ed è errore, da parte del Governo, cercar di dare a tutti uguali diritti e doveri nel campo dell'istruzione.
*) Détto scibile e del suo insegnamento, Venezia, 1832, cfr. In particolare il Terso discorgo (27 febbraio 1829), pp. 197-223. 2) Ibidem, p. 200.