Rassegna storica del Risorgimento
ELEZIONI AMMINISTRATIVE PADOVA 1866-1870; ELEZIONI POLITICHE IT
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Raffaele Ver sani
E, mentre cotesto Cavalli trova due collegi, che lo nominano) mentre v'ha un altro Collegio, che raccoglie i suoi suffragi sopra un Cittadella Yigodarzere, già ciambellano dell'arciduca Massimiliano e fautore della secondogenitura lombardo-veneta, si dimenticano affatto i nomi 41 Meneghini e Coletti, dotti e benemeriti cittadini, che dividono col Cavalletto la gloria d'aver patrocinato la causa dei Veneto colle opere e colli scritti, quando il Cavalli e il Cittadella facevano anticamera nelle sale del luogotenente Toggenhurg .x) A Verona, il Messedaglia non riusciva a raccogliere, in prima votazione, il terzo dei voti prescritto ed entrava così in ballottaggio. A Venezia, là situazione era addirittura scandalosa : presentata in quattro collegi, otteneva l'onore del ballottaggio, in due di essi, la candidatura di quel conte Bembo * che piaggiò l'Austria all'indomani di Villafranca... che, come disse il Toggenburg, a ogni solennità austriaca metteva i candelabri in piazza .
I moderati nazionali s'erano trovati di fronte, nel Veneto, a una classe diri-gente ultraconservatrice che non intendeva sottomettersi tanto facilmente alle loro direttive. D'altronde essi, nella nuova situazione creatasi con le elezioni del 1865, ne avevano bisogno per rafforzare la loro scossa maggioranza parlamentare. Tra le ultime battute polemiche, si andava già profilando quella rapida operazione di recupero che doveva portare i Veneti nelle file governative. A Padova, l'autonoma evoluzione delle forze locali avrebbe facilitato questo intento.
6. All'indomani delle elezioni, una rapida riconciliazione era probabilmente nei voti di tutte le principali forze che s'erano incontrate e scontrate in quel tormentato dopoguerra. La desiderava certamente il governo, timoroso di veder configurarsi una opposizione veneta a carattere regionalista che si sarebbe potata affiancare alla Permanente piemontese o alla Sinistra meridionale; la desideravano i conservatori moderati patavini, paghi di aver dimostrato che la vera classe dirigente eran loro, e non i patrioti, gli emigrati, gli ultimi venuti; certi, ormai, che a loro ci si sarebbe rivolti per governare il Veneto. Essi, d'altronde, anche nelle fasi più acute della prova di forza avevano sempre tenute dischiuse le porte a ogni tentativo di conciliazione, preferendo lasciare ai progressisti il ruolo degli aperti oppositori.
Pur nell'ovvia assenza di dichiarazioni ufficiali, molti sintomi facevano presagire le mutate disposizioni del governo. La nomina alla carica di sindaco il 5 dicembre 1866 d'un personaggio notoriamente così conciliante come Andrea Meneghini appare più che un'ultima malefatta della consorteria , una obiettiva misura di pacificazione. II 10 dicembre, tra gli osanna del quotidiano governativo, lasciava definitivamente Padova il marchese Gioacchino Pepoli, con un bilancio non certo felice del suo periodo commissariale.
II Giornale di Padova, governativo per contratto, si adeguava con mirabile puntualità al nuovo corso. Un primo saggio della sua duttilità l'aveva dato già il 3 dicembre, quando, nel riportare parte del commento della Perseveranza sulle elezioni venete, esso ometteva il passo concernente i precedenti degli eletti
*) La PerseverantOt 1 dicembre 1866. Giudizi analoghi esprimeva, per ciò che riguarda i risultati elettorali a Venezia, il locala conimimturio regio Giuseppe Pasolini (Lettera a Giuseppe CliecclietelU, 25 nov. 1866, in A.C.S., Carte Ricasoli-Bianchi, busta 1, fase. 12/C).