Rassegna storica del Risorgimento

ARCHIVI ECCLESIASTICI ROMA; REPUBBLICA ROMANA 1849
anno <1967>   pagina <283>
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Libri e periodici
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quale, sia pur tra mille riserve e corrosioni, nella rinascenza filosofica e più proprio* mente ncll unticurlalismo erudito e giuridico a Napoli a fine Seicento vanno rintrac­ciati i germi del riformismo illaminato posteriore, o addirittura da una libertà di coscienza più o meno religiosamente intesa, vestibolo ortodosso del liberalismo più rigoroso. Cora dello scrivente è stata costantemente quella di circoscrivere in equi limiti tocnici e nell'ambito del più chiuso nazionalismo assolutistico la portata del contributo dei forensi ad un movimento di pensiero che solo con la burocrazia mini-stcriale dei tempi austriaci e con la rivoluzione copernicana suscitata dal Genovesi nel campo delle scienze economiche e civili si è posto davvero, e fruttuosamente, al passo con le correnti più agili e moderne del pensiero riformistico contemporaneo; e, nel contempo, di sottolineare i legami di ceto, di classe, che spesso congiungevano il basso clero alla popolazione rurale, ti da porre non di rado la Chiesa in posizione eminente di difesa dinanzi alle rapine non solo del fiscalismo regio e baronale ma anche della borghesia professionistica avida di potere e di snperchierje. Senonchc opere come questa di cui qui si discorre non giovano molto a quella che io persisto nel ritenere lo buona causa e ciò sia per la natura della documentazione apportata sìa soprattutto per la forma mentis dogmatica, intollerante, allarmantemente anacro­nistica, onde l'argomento e affrontato ancor oggi dallo scrittore. Egli infatti non esita a dissertare d'immunità reale e personale come di diritti sacrosanti, senz'ombra di privilegio, appartenenti alla Chiesa e tali da non poter essere scalfiti neppure da un onesto provvedimento declaratorio , di accertamento tecnico, come il famoso rito della Vicaria; minimizza la rilevanza della controversia beneficiaria, non cogliendo la novità dell'impostazione economica, e sia pure in forme duramente nazionalistiche. inevitabili in quei tempi, in tal modo suscitata dai primi viceré austriaci; nulla os­serva a commento delle esorbitanti pretese ecclesiastiche sulla stampa e censura dei libri, pretese che in una lettera del cardinal Belluga al conte di Santostefano trovano una formulazione addirittura impressionante nella loro drastica sistematicità, a strazio soprattutto, e nominativamente, delle opere del Grimaldi e del Giannone. È chiaro che, su queste basi largamente discutibili, le notevolissime doti di diligenza e di chia­rezza espositiva del giovane studioso si stemperano non poco. Certo, non è da atten­dersi da lui una valutazione equanime dell'opera difficilissima e complessa svolta in campo giurisdizionale da quel Celestino Galiani che anche qui, comunque, torna obiettivamente a grandeggiare con una memoria defensionale a Benedetto XIV che è modello di stringente pacatezza, o dal marchese Fraggianni, o, se si vuole, dallo stesso reggente Ventura, così < contemplativo della corte di Roma s>, a detta degli anti-e uri alisti più scalmanati, come il Riccardi, ma in realtà attento ad elaborare, come i due precedenti, il nucleo d'in flessi bile intransigenza regalistica e dottrinaria che già il comune maestro di tutti, Gaetano Argento, aveva cominciato, lungo il viceregno austriaco, a saggiare e plasmare alla luce delle più realistiche esigenze politiche, un occhio alla società, un altro ai commerci, anche qui levandosi alte le strida e i delusi sarcasmi dei polemisti più ostinati, come appunto il Giannone. Sforniti invero di sensibilità religiosa e di dottrina teologica, questi ultimi, come ben rammenta l'A., e come deve tenersi fermo contro chi ha creduto d'individuare in essi non so quale anelito alla purezza dell'evangelica Chiesa primitiva, o non meno riposte virtù genui­namente storiografiche. Ciò non toglie peraltro ch'essi siano uomini politici concreti, intellettuali militanti di livello e di risonanza europei, grazie ai quali l'alleanza tra cultura e elasse di governo si è impostata, e più tardi realizzata e mantenuta a Napoli, ben più organicamente ebe non in Frauda, sino a tatto il Settecento. Che poi tale alleanza riposasse su fondamenta libresche e civili, non sodamente sociali, è tutt'altro discorso, che si apre su una sfasatura destinata a dorare nel Mezzogiorno d'Italia fino ai giorni nostri, malgrado le epifanie crociane degli spiriti magni. Non si deve peraltro sottrarsi ad una constatazione di così grave momento, pur martellando, come fa a ragione l'A., sull'Insufficienza ben calcolata e meditata del formalismo assolutistico dei forensi rispetto ai cangiamenti di società profondissimi che venivano insensibil­mente in essere. Genovesi non si spiega senza Giannone, e la proprietà ecclesiastica, che l'A. non dubita di difendere in disperata battaglia, diventa un inciampo econo-