Rassegna storica del Risorgimento

ARCHIVI ECCLESIASTICI ROMA; REPUBBLICA ROMANA 1849
anno <1967>   pagina <295>
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Libri e periodici
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spenta per la sua nota nustrofilia. Sintomo premonitore della tenacia di onesta 11 ventilato matrimonio del sovrano giovinetto con la sabauda Maria Cristina, une com­binazione diplomatica che si sapeva ordita nel sempre influentissimo entourage geno­vese della regina vedova Maria Teresa. Nondimeno, le brasche repliche di Ferdi­nando alle più compromettenti avances viennesi, i suoi propositi d'indipendenza, i suoi cinismi corrosivi sull'estinzione della Santa Alleanza, tatto ciò lasciava bene sperare la diplomazia orleanista. Semmai* gli allarmi persistevano circa l'indirizzo della politica interna, col chiaro ascendere della stella dispotica di monsignor Oli­vieri e della sua camarilla di preti e vecchi generali, col contemporaneo declino della vecchia guardia murattiana, il Tommasi e soprattutto l'Intontì, nella cui energica fattività tanto a Parigi si confidava. Il re, è vero, parlavo di liquidazione del pas­sato, procedeva a qualche atto risolato dì clemenza e di riforma, ma senza una vi­sione chiara e sistematica détte cose, sull'onda di una popolarità larghissima, ma spesso non adeguatamente interpretata, come nel caso clamoroso della destituzione ed esilio del rintontì, nell'ambito di una incertezza rimarchevole nella scelta e nello sfrut­tamento dei ministri, da Santangelo a Ricciardi, senza una linea definita, mentre la personalità di Del Carretto si elabora autonomamente e comincia a grandeggiare sullo sfondo. Consulta di Stato, la vecchia istituzione già prescritta espressamente dal congresso di Lubiana? Ma il re, giudica il marchese de Latour Manbourg, col suo consueto pessimismo, già nel maggio 1831 n'a pas l'intention de faire des réformes, il en a quitte le projet, s'il l'a jamais eu réellement et ne le reprandra qu'au moment où quelque circonstance inattendue viendra l'éclairer . L'esito scoraggiante del real viaggio a Palermo, in mezzo ad un popolo sussi prof ondément démoralisé , è di queste difficoltà la più eloquente conferma. Anche il principe del Cassaro non riesce a mantenere indenne e sereno il principio della più stretta neutralità dinanzi agli intrighi attivissimi di ano specialista del genere come Lebzeltern, gli irrigidimenti del Del Carretto cominciano a mostrare la corda o, peggio ancora, il loro tatticismo personalistico, la perniciosa influenza dell'Olivieri prende ad estendersi alla politica estera in forme sempre più scopertamente francofobe, il richiamo di antichi funzio­nari murattiani circoscrive la sua incidenza (pur molto, e molto favorevolmente com­mentata) nel mero campo amministrativo, senz'alcuna risonanza politica. Al cadere del 1831 la posizione internazionale di Napoli, nell'ambito dei sempre vivi disegni matrimoniali, sembra allineata a quella di Torino nel precipuo compito conservatore di garantire l'integrità dello Stato ecclesiastico dinanzi al concerto europeo, sulla prospettiva, che Ferdinando abbraccia appieno, dell'imminenza di una guerra con­trorivoluzionaria in Europa: prospettiva, secondo l'acuta e suggestiva ipotesi del marchese de Latour Manbourg nel suo dispaccio 28 febbraio 1832, elaborata da un partito ardent et emporio che cerca di forzar la mano al por da esso veneratis-simo Mettermeli, e che è capeggiato dal duca di Modena, dal cardinal Albani suo congiunto e dai due diplomatici delle potenze conservatrici accreditati a Roma, l'austriaco Lutzow ed il russo Gagarin, una coalizione che preme sul papa e su Ber-netti, e li spinge a propositi estremi.
Nell'estate 1832, insomma, uno solo dei caratteri distìntivi del temperamento di Ferdinando, il suo e amour jaloux de son indépendance royale, si è serbato fortis­simo e costante, al ponto da determinare anche la lodevole fermezza del suo compor­tamento nei confronti degli intrighi della sorella duchessa di Berry. Le voci d'al­leanza formale con Vienna, peraltro, che non mancano di tornare qua a là a spun­tate, non tardano neppure a volatilizzarsi, il matrimonio sabaudo, ora che è morta Maria Teresa, e malgrado le dimissioni dispettose del principe del Cassaro, ridimen-afona grandemente la sua importanza. All'interno, diffidente sempre il re dei suoi ministri, ma non ancora in grado d'impostare, come avverrà in seguito, una propria politica personale, si avvicendano le fortune di singoli individui (ora è la volta del marchese di Pietracatella presidente della Consulta) sempre peraltro nell'ambito di un chioso murattìsmo conservatore, le riforme amministrative come programma mas­simo, ad esclusione di qualsiasi modificazione politica. Fallisce nel frattempo un en-