Rassegna storica del Risorgimento
ARCHIVI ECCLESIASTICI ROMA; REPUBBLICA ROMANA 1849
anno
<
1967
>
pagina
<
303
>
Libri e periodici 303
generazioni di patrioti che fecero ITtalia e per quelle che hanno poi completato i suoi confini naturali dalle Alpi al Qaarnaro. II. massimo poeta italiano (e cerio fra i più grandi della poesia di rutti i tempi e di tutti i popoli), l'erede di una stirpe che seppe, pur nelle secolari divisioni di campanile, tenere alta la fiaccola della civiltà mediterranea ed occidentale, fu nel corso di questo e dello scorso secolo un autentico conforto ed incoraggiamento per i martiri ed i combattenti.
H tema centrale del Congresso è stato lo studio del periodo che va da Villa-franca ai plebisciti con le sue implicazioni nella storia d'Italia e d'Europa. Per questo ho diviso in due parti il volume degli Atti: prima ho pensato di riferire circa gli effetti italiani di Yillafranca e circa la politica italiana nel 1860, poi di accennare alle ripercussioni dello stesso armistizio in Austria, in Gran Bretagna ed in Francia.
Sarà forse superfluo notare preliminarmente che hanno partecipato al dibattito i più. autorevoli risorgimentisti italiani e stranieri, fornendo cosi, spesso con l'apporto di documenti inediti, un'interpretazione approfondita da ogni punto di vista, dei famosi avvenimenti che hanno portato alla nascita del Regno d'Italia.
È noto che Yillafranca, apparsa ai patrioti come una sciagura, in pratica segnò la fine di ormai anacronistiche illusioni federalistiche e delle minacce egemoniche francesi, costituendo l'avvio d'una fortunata, quanto coraggiosa ed intelligente politica di annessioni, che pur contrastando con la lettera del Trattato di Zurigo, avrebbe riunito l'Italia centrale attorno allo scettro del He costituzionale di Sardegna.
*
Sul tema appunto dell'incidenza dell'armistizio sulla politica interna piemontese s'è acutamente soffermato Ettore Passerin dTEntrèves (La politica del Piemonte tra Yillafranca ed i plebisciti del marzo 1860). Dopo le dimissioni del Cavour, subentrò il ministero Lamarmora-Rattazzi, ibrido Gabinetto in cui il progressista Rattazzi cercava, con il beneplacito della Corona, di far la parte del leone, stornando cosi la sinistra democratica dal prestare attenzione alla sirena repubblicana (Valerio e Depretis divennero governatori di Como e Brescia). L'autore ha ricordato a questo punto che Vittorio Emanuele, secondo quanto riferì il Massari, fin dal settembre 1859 era disposto ad acquistare il Veneto per un miliardo di lire, accettando in cambio la restaurazione dei sovrani di Toscana e Modena (secondo il Trat-tato) nonché la cessione di Nizza e Savoia alla Francia (come già pattuito); non escludeva perciò una soluzione federativa del problema italiano purché l'Austria non vi entrasse.
Invece il Governo, fidando sulla mutata situazione internazionale (specialmente a causa del diverso indirizzo della Gran Bretagna) e sull'appoggio dell'opinione pubblica, puntava sulla politica annessionistica. Nominò pertanto i Commissari, non senza vasti dissensi circa la attribuzione degli incarichi medesimi (c'era una lotta di corridoio a tal riguardo). Un ulteriore ostacolo era rappresentato dalle diversità di tradizioni politiche che caratterizzavano Toscana, Emilia e Romagne; nella prima soprattutto, Montanelli, Malenchini ed altri erano contrari a svuotare del tutto l'importanza del piccolo parlamento regionale come sosteneva Ricasoli. Del resto anche la Lombardia (si pensi al Cattaneo e ai suoi fedeli) non era unanime in questo senso.
Quindi le annessioni che, come vedremo, furono rese possìbili oltre che dall'entusiasmo patriottico da una serie di fortunate coincidenze internazionali, non accontentarono tutti. Sulle stesse vicende, viste dalla prospettiva dell'opposizione progressista, ha parlato Emilia Morelli (e La Sinistra rivoluzionaria da Villafranca ai Plebisciti *) attingendo in parte a documenti di prima mano e chiarendo i termini della questione. Dopo aver giustamente premesso ohe (allora!) piattaforma comune della sinistra come del centro destra moderato ero il patriottismo, la relatrice ha ricordato l'atteggiamento leale e disinteressato di Giuseppe Mazzini verso l'azione unificatrice sabauda durante la guerra e fino al novembre del '59 (citando anche la lettera di quest'ultimo a Vittorio Emanuele). Ma fi Sovrano aveva una carta migliore di cui servirsi: Giuseppe Garibaldi.