Rassegna storica del Risorgimento

ARCHIVI ECCLESIASTICI ROMA; REPUBBLICA ROMANA 1849
anno <1967>   pagina <314>
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Libri, e fieri odici
un poteva giudiziario come tale. Il più sconfinalo arbitrio ministeriale è l'obiet­tivo ed il ripullulo della legge ftattuzzi. grazie soprattutto alla strapotenza conferita da essa all'ufficio ed allo persona del pubblico ministero, un'impostazione illiberale* politica fino alle soglie del poliziesco, in contrasto stridente con ordinamenti come quello napoletano, cosi rispettoso dell'indipendenza dei magistrali, tanto pensoso dell'efficienza e snellezza del loro lavoro (è questo un parallelo che D'Addio svolge con dottrina ed efficacia, ribadendo la tesi, tanto ostica al provvidenzialismo liberale, di una vittoria piemontese ispirata solo alla forza, e ad essa dovuta, che ha fatto il vuoto e il deserto intorno a sé: tesi la cui bontà è confermata dalla stessa collabora­zione prestata ad una soluzione del genere da meridionali < aniimeridionalisti come Pisanelli e Vacca, il cui consapevole sradicamento dalle tradizioni indigene non è un'evoluzione ma una resa incondizionata e capitolatela al più forte). < Soltanto al pubblico ministero è concesso di spaziare nel campo della scienza prescrive Cassinis con matta bestialità subalpina atta soltanto a far rabbrividire i compatrioti di Bec­caria e Filangieri. Che in realtà la responsabilità di simili ed altrettali enormezze, le cui ombre si distendono ancor oggi sulla nostra vita civile, è esclusivamente piemon­tese e dei piemontesi zzali (oserei dire che persino l'innegabile leadership di quella regione nella Resistenza ha contribuito ad annebbiare certa sensibilità a problemi cosi delicati come le garanzie dei cittadini dinanzi allo Stato). L'alternativa della terza istanza lombarda dinanzi alla cassazione piemontese, infatti, travalica di gran lunga il mero ambito tecnico, la fredda disputa di fatto e di diritto, per porsi come alto e complesso problema di libertà, la protesta contro il colpo di spugna forma­listico ebe annulla la faticosa elaborazione della giustizia. Ed è sintomatico che uomini come l'abruzzese Nicola Melchiorre, fido e leale servitore dei Borboni, entrino alla Camera con programma liberale e vi permangano per un quarto di secolo sempre accentuando la loro indipendenza progressista precisamente su questa posizione cri* lica, un'eredità del dispotismo borbonico che si poneva assurdamente in linea vitto­riosamente contestativa rispetto al cosiddetto liberalismo dello Stato unitario (non si parla di problemi più squisitamente tecnici e più legati, con conseguenze politiche incalcolabili, all'astrailo dottrinarismo illuministico come l'istituzione ed il perma­nere della giuria): fenomeno non meno significativo di quello della sostanziale con­vergenza tra uomini di opposte parti politiche, come il Mancini e il Pisanelli, coin­cidenti nell'atmosfera, nel gusto dell'autoritarismo, propri così della tradizione dottri­naria napoletana, a cui entrambi invincibilmente appartenevano, come dell'empirismo cavouriano. Ridurre la magistratura ad un comodo strumento di governo e la giustizia semplicemente ad un e momento del potere esecutivo , questo il programma della Destra sul gravissimo problema, quale risulta dalla limpida, chiara, pacata espo­sizione del D'Addio e dall'appendice documentaria imponentissima che le fa seguito. A questo punto va inserita in chiaroscuro, come si accennava all'inizio, la let­tura delle conclusioni di Caracciolo, che riflettono, sì, senza dubbio, l'atmosfera gene­rale della collana, ne schizzano un rendiconto ed un bilancio critico ma soprattutto, com'è naturale, esprimono il particolare punto di vista dell'A. sui mille spunti e sug­gerimenti che balzano fuori dalla consultazione della silloge grandiosa. Caracciolo guarda fuori, all'Europa, al mondo, secondo il vecchio arrovesciamento della tematica risorgimentale nazionalistica che Gioacchino Volpe seppe suggerire e quasi imporre per primo, e che una falange di studiosi, primissimo il Valsecelii, ha in seguilo svi­luppato in più modi e direzioni sino a renderlo pressoché un luogo comune. Sguardo all'Europa, del reato, al continente egemone ed accentratoro dei secondo Ottocento, vuol dire innanzi tutto sguardo ripiegato su se stessi, ad individuare, a svolgere la sfasatura storica derivante dal gran risultato romantico ed antinapoleonico dell'unità italiana venuto fuori, con qualche decennio d'irrimediabile ritardo, nel clima del-l'imperialismo e dell'espansione coloniale, il canale di Suez scavato mentre in Italia si paria ancora di camicie rosse e di potere temporale. Questo è il gran problema, obiettivo, trascendente le recriminazioni di porto ma anche i facili ottimismi, a cui viceversa il Caracciolo non manca d'indulgere, vuoi che parli di una tomba del