Rassegna storica del Risorgimento

ARCHIVI ECCLESIASTICI ROMA; REPUBBLICA ROMANA 1849
anno <1967>   pagina <318>
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Libri e periodici
Ma effetti del tatto negativi ebbero pare nel '63 le iniziative di politica estera prese dal governo italiano con il proposito di uscir fuori dal triste isolamento in cai era caduto dopo la proclamazione del regno e di conseguire, di. conseguenza, un più stabile assetto per far fronte alle incessanti agitazioni e alle aspre critiche, in parlamento, della Sinistra. Sull'argomento si indugia a lungo la Funaro con serie informazioni archivistiche, ma a me basterà, per la tirannia dello spazio, tracciarne alla lesta i punti più salienti. Il primo passo diplomatico del nostro' governo, passo del tutto errato, fu l'invio di due note nell'aprile alla Russia sulla nazionalità della Polonia, che furono accolte con termini duri e sprezzanti dallo Zar rinfacciando, tra l'altro, alla nostra diplomazia l'infelice episodio di Aspromonte e i legami del governo, e specie del Re, con gli emigrati polacchi e ungheresi e talvolta anche con i rivoluzionari. Ma proprio un mese dopo seguiva un fatto clamoroso, quasi a conferma delle accuse russe alle nostre dissonanze interne: da Torino partiva, al. l'insaputa, con alcuni ufficiali dell'esercito regio congedati per l'occasione, il gene* rale ungherese Tùrr, ex aiutante di campo del Re, di cui godeva la piena fiducia, per un'ignota destinazione. Si seppe, però, ben presto la verità per mezzo della polizia austriaca, sempre attenta ad ogni movimento (e la notizia, diffusasi nel mondo poli­tico europeo, suscitò enorme stupore: il Tiirr era giunto in Romania ove aveva avuto intrighi, secondo i referti della polizia, con il principe Cùza e con i vari partiti locali e di li si era portato a Bukarest, ove aveva avuto contatti con due emissari mazziniani e con il Bruzzest, che per l'appunto in quei giorni si trovava colà per la sua missione con il Guerzoni, della quale più su abbiam fatto cenno. Ma per l'intervento immediato della Gran Bretagna il Tùrr fu costretto a ripartire senza, pare, aver nulla concluso.
Nella seconda metà del luglio un'altra missione diplomatica fu affidata dal Min-ghetti al Pasolini per Parigi e per Londra per tentar di risolvere, possibilmente con l'aiuto o, almeno, con il tacito consenso delle due potenze, la questione veneta sempre ancora pendente; ma non ottenne il Pasolini che un secco rifiuto da entrambe* dal­l'Inghilterra perché era avversa ad ogni mossa nell'Est europeo che potesse com­promettere in qualsiasi modo la sua politica in quelle regioni, e da Napoleone, perché in quei giorni era tutto preoccupato per difficoltà interne di una certa gravità.
Ma verso l'ottobre l'orizzonte politico parve fosse per mutarsi: tra la Russia e la Francia si andavano a mano a mano incrinandosi i rapporti già così, stretti ; e si voci­ferava, alla chetichella, a Parigi, di una probabile guerra non lontana cui avrebbe quasi con certezza partecipato anche l'Inghilterra' e con interventi, forse, anche nell'Est europeo. Parve al Minghetti che per l'Italia fosse giunto il momento buono. Rimandò a Parigi il Pasolini, il quale, con l'aiuto del Nigra, convinse Gerolamo Napoleone che soltanto con una guerra a cinque cioè, di cinque nazioni avverse alla Russia, era possibile ottenere, dopo la vittoria, lo scambio dei Principati danu­biani con Venezia e lo indusse a mettersi subilo in contatto con i comitati polacchi all'estero, con la emigrazione ungherese in Italia, con qualche ala garibaldina e con lo stesso Imperatore di -Francia, ambizioso e sempre desideroso di gloria, per lan­ciare il progetto a cinque , per il quale fu indetto da Napoleone un congresso euro­peo da tenersi a Parigi il 5 novembre. Ma l'Inghilterra rifiutò d'intervenirvi e ne seguì tosto l'esempio l'Austria, sicché tutto andò in fumo con grande delusione del nostro governo e con grande scacco per Napoleone, il più grande (dice bene la Funaro) dalla sua elezione a presidente della Repubblica. E così, con il finire del 63, la que­stióne polacca fu chiusa definitivamente per la diplomazia europea.
Ma la sinistra italiana, ancorché indebolita a poco a poco (dopo le elezioni del 1865 una parte di essa, già numerosa, inclinava verso concezioni più legalitarie) con-
dataci dalla Funaro, che termina, naturalmente, con il 1963, conviene ora aggiungere i saggi sui Bergamaschi in Polonia comparsi in lìergomunu 1964, IH e IV e il saggio Francesco NuUo e i suoi prodi di VINCENZO MMAGMA, in Martinelli! di Milano, 1965, n. 3.