Rassegna storica del Risorgimento

anno <1967>   pagina <410>
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ELEZIONI E PARTITI A PADOVA DOPO L'UNITÀ (1866-1870)
(Continuazione e fine)
7. - Nelle settimane successive all'elezione suppletiva le vicende dei par­titi patavini s'intrecciavano con la violenta crisi sorta a livello nazionale. Il 17 gennaio 1867 il governo Ricasoli aveva presentato al Parlamento un progetto dì legge, opera dei ministri Borgatti e Scialoja, sulla libertà della Chiesa e liquidazione dell'asse ecclesiastico : il progetto pensato soprattutto in funzione delle pressanti necessità di bilancio prevedeva l'avocazione allo Stato di parte del patrimonio ecclesiastico e la sua rinuncia a strumenti di controllo sulla Chiesa quali il placet e Vexequatur. Quasi subito si disegnò una 6 era opposizione nel parlamento e nel paese, sia nella Sinistra, sia in larghi settori della Destra, contro una proposta che sembrava foriera di eccessiva li­bertà, ricchezza e potenza per una chiesa più che mai temporalista. Specie nel Veneto le proposte ministeriali determinarono una viva agitazione, tale che il Ricasoli ordinava ai prefetti di impedire a tutti i costì, ogni pubblica manife­stazione politica. x)
Persino il governativo Giornale di Padova s'era trovato tra i critici del progetto Borgatti-Scialoja e, ora, dell'illiberale provvedimento del Ricasoli. Il Circolo Popolare di Padova, ormai a maggioranza progressista, aveva orga­nizzato un'assemblea-dimostrazione contro il progetto per il 10 febbraio: ma essa veniva vietata dal prefetto, il quale, pur con un certo rammarico, si era dovuto conformare ai precisi ordini del presidente del Consiglio.s) Lo Zini non nascondeva tuttavia il proprio dissenso, così esprimendosi in una lettera al sindaco del 9 febbraio: l'ordine d'impedire il meeting parte dal Governo centrale, e non da soverchio zelo dello scrivente... il quale non ha messo di suo che la forma dell'annuncio, certo non dura né proconsolare, ma quale si addice a funzionario civile e cortese, che s'indirizza a civilissima popolazione >.s) Il Circolo, adunatosi il giorno stesso, stilava una vibrata protesta per l'accaduto. In questa e altre occasioni, i progressisti patavini dovevano dimostrare la loro predilezione per i pubblici comizi, come mezzo di propaganda e di agitazione politica: cosa che, invece, ispirava nei moderati la più profonda antipatia e avversione.
Al parlamento la crisi culminava nell'approvazione dell'ordine del giorno Mancini, che condannava la politica interna seguita dal governo. Il giorno stesso, 13 febbraio 1867, il Ricasoli presentò le sue dimissioni: ma il re le respinse e con decreto di pari data sciolse la Camera, mentre il presidente del Consiglio si limitava ad apportare alcuni mutamenti nel governo. Le elezioni generali politiche venivano così nasate per il 10 marzo 1867. La lotta elettorale susseguente fu di una estrema violenza. La Sinistra lanciò al paese un mani­festo in cui accusava il ministero di violare la libertà e di voler sottomettere Io Stato alla Chiesa. Il Ricasoli si difendeva pubblicando, il 19 febbraio, una circolare in cui dichiarava che lo scioglimento era slato determinato dalla inconsistenza della Camera e dalla fluttuazione dei partiti; dalla necessità di
1) S. Ciuimizzi, op, alt., pp. 503 egg.
2) Giornale di Padova, 11 febbraio 1867. A. MONETTI, Cronaca di Padova, di., IL, ce. 39 r>v.
8) A. S. E* COMUNE DI PADOVA, Riservate, busta 18, fase. 14. Il prefetto al sindaco e alla giunta municipale, 9 febbraio 1867.