Rassegna storica del Risorgimento

ARCHIVIO DELLA SEGRETERIA DI STATO DEI BORBONI DI NAPOLI
anno <1967>   pagina <478>
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Libri e periodici
genti, dotate di una fine ironìa, di senso critico che talvolta sconfina nello scetti­cismo, ma tranquille, poco portate ai clamorosi entusiasmi. L'eroico vento che durante il triennio glorioso ha travolto uomini e istituzioni, ha incendiato i cuori, lì si ie" mutato in una gentile brezza che, tutto sommato, non ha fatto male a nes­suno. La caduta di una dinastia, la guerra, la perdita dei secolari privilegi di capi­tale, l'avvento della Casa Savoia, libertà di stampa, dimostrazioni, bandiere, musiche non sono riusciti a sconvolgere la vita un po' monotona, familiare di quel centro che al fascino delle antiche memorie, delle bellezze naturali e artistiche unisce l'altro non meno attraente di una quieto, raccolta intimità.
Questa la Firenze che Giovanni Spadolini ha studiato con passione che non vela però il giudizio dello storico; la Firenze della rivoluzione del 27 aprile, dei Ricasoli e dei Peruzzi, della severa Consorteria e dei più vivaci (ma non troppo) -democratici, la Firenze che in seguito alla Convenzione di settembre si trova lutfa un tratto promossa a prima città del giovanissimo Regno.
È chiaro, chiarissimo che i Fiorentini accolsero di mala grazia l'annuncio che Firenze Barebbe divenuta capitale d'Italia. Non fu la considerazione aper­tamente affermata da ogni parte, nonostante il trattato della provvisorietà del fatto a irritarli, piuttosto la preoccupazione di veder sconvolte tutte le abitudini, di accogliere decine di migliaia di persone che non erano le più. gradite (i Pie­montesi, figuriamoci!), di provvedere a gran velocità (e sa il Cielo quanto i Fioren­tini avevan voglia di far le cose alla svelta!) a sistemar ministeri, preparare alloggi, costruire strade, quartieri nuovi, insomma di diventar diversi* non esser più loro, pacifici eredi di uno splendente passato. Fu un sentimento unanime, che esplose in quei giorni: lo si rileva dai rapporti del Prefetto, dalle malinconiche espressioni di Ricasoli, Capponi, Galeotti, Lambruscltini, dagli articoli della Nazione di con­tenuto entusiasmo obbligato, dalle testimonianze di tutti, gli autentici Fiorentini. I vantaggi finanziari? Forse, in un secondo tempo. Per ora non si intravedevano che spese, e grosse.
In questo ambiente, in cui si agitavano ancora aspre le polemiche sulla Con­venzione di settembre , si manifestava l'aperta ostilità dei Piemontesi contro hi saccente Corsorteria che si dava tante arie di civiltà* e scoppiavano liti quotidiane fra gli ospitanti e i nuovi arrivati, si svolsero le elezioni, le prime del Regno (quelle precedenti erano state del gennaio 1861), e Spadolini vi incentra l'attenzione sorretto da una piena padronanza della bibliografìa e da un ricchissimo materiale documentario inedito.
A suo giudizio la Convenzione risulta uno scorno per il liberalismo fiorentino (p. 81 n. e p. 85) umiliato dallo stesso Re che in odio al sor Ubaldino costituì un Ministero in cui furono estromessi tutti i Toscani. Fu, dice FA., una < cesura non facilmente riparabile, un taglio che durò fino al 18 marzo 1876 . (pp- 60 e 61). Non sono proprio del tutto convinto: certo, l'esclusione dei Toscani dal ministero Lamarmora fu voluta dal Re non solo per l'antipatia personale verso il Peruzzi, ma per dare una soddisfazione ai Torinesi feriti nel loro orgoglio, per far capire che a comandare rimanevano sempre loro, i Piemontesi. Ed è pur vero che Vittorio Emanuele una gran simpatia per i Toscani non l'ebbe mai, ma non credo che si possa parlare di un taglio definitivo e nemmeno di umiliazione. In fondo la Consorteria esercitò un certo peso dorante gli anni della capitale fiorentina, non tanto col secondo ministero Ricasoli, quanto nei ministeri Menabrea: basta pensare a Cambray Digny e a Gualterio, ombro, ma legatissimo ai consorti . È indubitato però che la Convenzione ebbe un'influenza disastrosa sull'attività della Destra, rotta allora col formarsi della Permanente e mai più ricostituita in modo organico. Però le cause della caduta del 1876, dovuta certo al gruppo toscano, non le farei risalire così indietro, ma all'irritazione provocata nei Fiorentini dalla scarsa comprensione governa­tiva per la gravissima crisi che colpi l'ex capitale dopo il 1870, Che poi le elezioni del 1865, come osserva l'A., abbiano avuto una importanza particolare, non c'è alcun dubbio, perché rivelarono olla classe dirigente, convinta d aver in pugno il corpo elettorale, uno stato d'animo molto diverso in chi aveva diritto di voto.