Rassegna storica del Risorgimento

ARCHIVIO DELLA SEGRETERIA DI STATO DEI BORBONI DI NAPOLI
anno <1967>   pagina <479>
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Libri e periodici 479
Spadolini fa un quadro vivo e precisò della situazione dei partili fiorentini: una destra non omogenea, dove alla fazione dominante di Ricasoli e Peruzzi ai contrappone l'altra più conservatrice del Capponi; un grappo democratico divìso m mazziniani puri, su posizioni di intransigente opposizione extraparlamentare e la sinistra garibaldina che, pur occhieggiando ai mazziniani, si avvia a diventare un partito di governo. Destra e Sinistra parlamentare sono in aspra polemica, ma le differenze programmatiche sono modeste: ambedue i partiti tendono al rag­giungimento dell'unità territoriale, a. Roma e a Venezia, ma i moderati (per lo meno il gruppo Ricasoli-Peruzzi), vuole arrivarci per vie legali, per accordi diplomatici* magari con una guerra, mentre i democratici sono disposti all'avventura, a ripetere Fimpresa dei Mille, alla rivoluzione. Nessuno però si preoccupa di tastare il polso degli elettori, tanto si sa benissimo come voteranno.
Invece no, i buoni borghesi (a Firenze gli elettori erano 10*531) un po' per il tradizionale astensionismo, un po' per stanchezza, per la delusione .che la nuova Italia non aveva compiuto l'atteso miracolo di far diventar tutto bello e buono, e un po' anche, come osserva Spadolini, perché infastiditi dalle noie recate dalla -capitale, non risposero all'appello (votarono solo 3.501), oppure risposero male. Perché per dispetto votarono per i candidali clericali, che per la prima volta sce­sero in lizza raccogliendo i voti dei legittimisti e per l'appunto di quei Fiorentini che probabilmente pensavano: si stava meglio prima . Il fatto sta che a Firenze uomini come Ricasoli e Peruzzi dovettero affrontare il ballottaggio.
Certo le campagne elettorali di quel tempo erano piuttosto primitive: si presentavano candidati senza neppure interpellarli. Cosi Garibaldi fu opposto a Ricasoli e raccolse 66 voti contro i 158 attribuiti al cattolico Vito D'Ondes Reggio. Non esisteva una organizzazione propagandistica: qualche articolo sui giornali è qualche bel programma scritto da un illustre statista; niente più. Gran bella cosa, -si potrebbe dire oggi, mai l'elettorato fu più libero di votare come voleva. D'ac­cordo, ma non gli erano offerti neppure gli elementi per un fondato giudizio e si orientava più per sentimento che per convinzione. Comunque le elezioni, nel primo turno, riuscirono così catastrofiche per i partiti liberali, che questi si spaventarono dell'affermazione clericale, videro un risorgente pericolo di reazione e destra e sinistra fecero blocco per il ballottaggio. I nomi di Crispi e di Garibaldi furono ritirati per lasciar posto a Peruzzi e Ricasoli, mentre Rubieri e Cipriani vinsero negli altri due collegi fiorentini col sacrificio di Boncompagni e di Adriano Mari: due nomi di grosso rilievo. Spadolini osserva che le elezioni del 1865 furono decisive per la Sinistra (p. 115) ed è verissimo. Penso però che la collusione verificatasi fra Destra e Sinistra nel ballottaggio fosse anche il frutto di un comune stato d'animo, cioè nelPantipiemontesismo che, a mio parere, esercitò un forte influsso sulla politica italiana almeno nei primi anni di Firenze capitale. In quella campagna infatti ni ~fn da parte piemontese un aspro tono antitoscano (Il Diritto per fare un esempio, sputava veleno su Firenze e la Consorteria ogni giorno) ed era logica la reazione di nomini che (appartenessero alla Sinistra o alla Destra) quando si trattava di sentirsi toscani diventavano subito tutt'uno.
Eppure, nonostante i risultati sconcertanti delle elezioni, le polemiche regio­nalistiche, il frantumarsi del partito di maggioranza e una certa decadenza nella rappresentanza parlamentare, il processo di fusione e di trasformazione unitaria partì, da Firenze e solo a Firenze toccò i suoi obiettivi nel giro di cinque anni, senza asprezze, senza violenze, senza intemperanze, con toscana civiltà e urbanità, in forme che apparivano spontanee e definitive (p. 170). Spadolini ha perfetta­mente ragione: ci voleva Firenze per smorzare le punte, attenuare i colori, trasfor­mare in dialogo vivace, ironico, un'aspra polemica. Fu appunto hi natura stessa della popolazione a guidare bonariamente l'intesa fra gli estroversi* chiassosi meri* dionali e i duri severi piemontesi. In quegli anni cosi gravi per l'Italia (Custoza, lassa, il brigantaggio, il colèra, hi paurosa situazione finanziaria) si formò la vera unità, non solo territoriale, ma Punita degli spiriti. E Spadolini ha fatto bene a darcene un'ottima dimostrazione, colorita dal suo stile caldo ed efficace.