Rassegna storica del Risorgimento

BORGIA TIBERIO LETTERE; CARTEGGI (BORGIA-GUARDABASSI); GUARDABA
anno <1968>   pagina <299>
immagine non disponibile

LA OUESTIONE ROMANA E NAPOLEONE III
IN UNA LETTERA DI TIBERIO BORGIA
A FRANCESCO GUARDABASSI
Delle due questioni di Roma e di Venezia, che urgevano allo spirito ita­liano all'indomani dell'unificazione, era indubbiamente la prima a prevalere sulla seconda; e a prevalere in modo tale da distanziare di gran lunga l'altra. Anche se la logica dei fatti che nel Risorgimento si rese tanto indipendente da quella delle idee volle che Roma dovesse cedere il passo a Venezia, il problema di Roma subito dopo la proclamazione dell'unità In sentito come con* dizionante la sopravvivenza stessa dello Stato unitario italiano; come se la Città Sterna fosse in se stessa il centro nervoso dell'organismo venuto or ora alla luce, sì che questo non potesse dirsi veramente vitale sino a che ne restasse staccato.
Del resto, questo concetto era stato essenziale a tutta l'epoca risorgimen­tale, variamente e continuamente enunciato in prosa e in verso da poeti e pensatori, uomini di pensiero e uomini d'azione; ed aveva trovato quindi la sua più compiuta e solenne espressione nel discorso pronunciato dal Cavour in Parlamento il 25 marzo del 1861, a un mese circa dall'awenuta proclamazione dell'unità nazionale. Interpretando alla luce della sua profonda coscienza sto­rica quello che era divenuto un orientamento intuitivo degli strati più quali­ficati dell'opinione pubblica italiana, e facendone dottrina, il Cavour aveva additato la via maestra, che la giovine nazione avrebbe dovuto percorrere, e i grandi orizzonti che si aprivano in quella direzione. Con la certezza che gli veniva da quel fine e penetrante senso della storia che egli possedette in modo singolare, seppe il Cavour con mirabile giustezza antivedere il futuro. D'altro lato, l'opinione pubblica riceveva dal discorso del Cavonr alimento alla sua passione, sì che il problema veniva portato sul piano di un'autentica crisi della coscienza pubblica nazionale e assumeva il senso d'un dramma. È dallo spasimo di questo dramma che traggono origine e giustificazione quegli eventi convulsivi che si produssero fra il '61 e il '70. Uomini che all'ideale nazionale avevano dato la loro adesione appassionata, portata sino all'eroismo e al sacri­fìcio, dovevano sentir vibrare nelle proprie fibre la realtà di Roma come il compimento e il suggello di tutto il loro lungo e fortunoso travaglio.
Era fra questi uomini anche Francesco Cuardabassi, che dei liberali peru­gini era stato la guida e l'esempio; e ciò non soltanto per le sue qualità pra­tiche di grande organizzatore, di uomo d'azione, di tempra inflessibile, ma anche per quelle sue doti profondamente umane che nell'ambiente in cui viveva ed operava l'avevano innalzato sul piano d'una conclamata autorità morale. Egli si era posto al centro del movimento risorgimentale dai primi albori fino al compimento dell'unità, profondendo energia, intelligenza e sostanze, e qua­lunque cosa avesse potuto appartenere alla sua persona. Persecuzioni, processi, prigioni, condanne a morte in contumacia avevano contrassegnato le tappe della sua avventurosa esistenza.
Era ben naturale che uomini i quali avevano formato la propria realtà nella temperie delle lotte risorgimentali, avvertissero il problema di Roma come uno spasimo del proprio spirito. Per ciò che concerne il Cuardabassi, si fa