Rassegna storica del Risorgimento

ARCHIVIO DELL'ABBAZIA DI MONTEVERGINE FONDI ARCHIVISTICI
anno <1968>   pagina <321>
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Libri e periodici
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tose per reddito agrario). Una sottile e ben documentata vena revisionista percorre del resto un po' tutto 31 volume (ciascuno dei cui tre capitoli è seguito da una .fìtta appendice) aia ohe si sottolinei l'incremento demografico bracciantile nelle zone risi­cole capitalisticamente più suscettibili di sviluppo (un esempio analogo ai riscontra a Ferrara) sia che si sottolineino la proletarizzazione del ceto mezzadrile e lo spopo­lamento e degradazione della montagna come conseguenza di una rivoluzione indu­striale che è poi innanzi tutto trasformazione tecnica, il trionfo del carbone, senza adeguate ramificazioni sociali. La grande carestia del 1816 studiata dal Fossati non e che un aspetto di una crisi nazionale che andrebbe studiata organicamente dinanzi all'invasione del grano russo ed allo sgretolamento in re del sistema vincolistico che assurdamente si è tentato di resuscitare a perpetuare le costrizioni dell'economia di guerra napoleonica (esempio analogo, e destinato a più rapida fine, quello delle università). Più complesso il panorama industriale giacché anche all'interno della tradizionale preminenza tessile la lotta che si combatteva su piano europeo tra co* tone e seta aveva ripercussioni in Piemonte, mentre la necessità di un'attrezzatura adeguata si faceva sentire più. lentamente, ma più pesantemente, per la lana e la siderurgia (solo in epoca albertina cotone e ferro compiono un deciso balzo in avanti, ma ciò in sintomatico irrigidimento contro qualsiasi accenno ad un incipiente mu­tualismo). Quanto finalmente al commercio, la presenza di Genova negli Stati sardi allarga obiettivamente il problema in termini europei, l'Oriente, le ferrovie, la con­correnza di Trieste, premendo a riproporre una prospettiva espansionistica che già i calcoli russi avevano incrementato all'indomani di "Vienna in funzione anglofoba. Sarà questa la strada, manifestamente ricalcata sull'esempio tedesco, lungo la quale l'aristocrazia e la borghesia imprenditoriali venute fuori dal reddito terriero secondo un iter prima culturale che economico (è la tesi dei Greenfield) s'imbatteranno nel Quarantotto.
RAFFAELE GOLA PIETRA
AUREI-IO LEPRE, La rivoluzione napoletana del 1820-Zi (Biblioteca di storia, 6); Roma, Editori Riuniti, 1967, in 8, pp. 322. L. 3300.
Questo libro del Lepre rappresenta nel suo complesso uno dei più significativi esempi degli sforzi compiuti dalla storiografia italiana di questo secondo dopoguerra per superare, o almeno per integrare, la nota tesi del Croce del carattere vecchio del moto rivoluzionario napoletano del 1820-'2l, strascico e chiusura del decennio mu ratti ano (cfr. la Storia del regno di Napoli, ediz. 1958, pp. 258-59). Il Lepre difatti, ha tentato, e spesso con successo, di individuare e mettere in evidenza quelle correnti e quelle forze politiche che si unirono e si affiancarono, anche se con mi programma politico spesso contrastante, alla borghesia moderata e costituzionalista, che quel moto riusci sempre a tenere saldamente in pugno. È inutile sottolineare in questa sede l'importanza di tali ricerche, dopo quanto ha lasciato scritto Delio Cantimori (a proposito dei giacobini italiani) sulle aspirazioni, programmi, speranze delle opposi* srioni soccombenti, sui tentativi non riusciti e pur rispondenti a reali bisogni, già percepiti e sentiti* anche se rozzamente espressi. Pertanto il Lepre riesce a delineare, sia pur in maniera spesso confusa e poco sistematica, alcune di queste forze politiche eterodosse rispetto all'andamento generale del moto napoletano del 1820-21, tra cui vorremmo sottolineare in modo particolare alcune correnti autonomistiche comu­nali di origine prevalentemente contadina, già messe in evidenza dal Francovich (cfr. L'azione rivoluzionaria risorgimentale, etc., in Nuove Questioni di Storia del Risorga Milano, 1961, I, p. 473), le quali, reagendo all'accentramento neo-giacobino, chiedevano un generale decentramento amministrativo che restituisse l'autonomia ai comuni e permettesse perciò ai contadini di prendere parte alla direzione della cosa pubblica (p. 39). Non siamo d'accordo, invece, col Lepre quando qualifica come positiva l'azione politica di certi gruppi contadini rivolta ad ottenere il ripristino degli usi civici e l'abolizone della legge demaniale (cfr. a p. 109), richieste che con­dussero, specie in provincia, a delle pacifiche occupazioni delle terre e che rivela-