Rassegna storica del Risorgimento
ARCHIVIO DELL'ABBAZIA DI MONTEVERGINE FONDI ARCHIVISTICI
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1968
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322
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322 Libri e periodici
rotto, anche, un cerio grado di organizzazione raggiunto dal movimento contadino. Anche il Lepre riconosce, in verità, come in fondo questa richiesta fosse tatto rivolta verso il passato e che pertanto non riuscì ad inserirai nel quadro generale delle rivendicazioni avanzate durante il 1820-21, se non come un isolato elemento di protesta; a noi non sembro sufficiente però, per definire positiva questa azione politica delle classi contadine, il solo fatto che esse non diedero luogo in questa occasione a manifestazioni di natura sanfedistica o che non cedettero a suggestioni legittimistiche (cfr. a p. 109). Tatto dò, ci sembra, dimostra ancora una volta che in sostanza, nel 1820-21, la punta più avanzata dello schieramento politico rivoluzionario fosse ancora rappresentata dalla piccola e media borghesia, che mediante la Costituzione spagnola, si riprometteva di democratizzare in profondita la società della parte continentale del regno delle Due Sicilie.
La parte più manchevole del libro del Lepre, per altri aspetti invece tanto lucido e profondo, ci sembra quella relativa alla definizione ideologica delle varie forze politiche che diedero vita al moto e all'esperimento costituzionale napoletano del 1820-21. Innanzi tutto, sarebbe stato interessante approfondire l'analisi del significato che la Costituzione spagnola assunse agli occhi della classe politica napoletana. Già il Gramsci aveva osservato che alla base della fortuna italiana, e specialmente meridionale, della Costituzione di Cadice stava, non tanto una forma di pigrizia mentale che impediva alle classi dirigenti del tempo l'elaborazione di una più idonea ed appropriata costituzione, quanto il fatto che le necessità politico-sociali dell'Italia meridionale non erano molto diverse da quelle spagnole e pertanto che la Carta spagnola, in ultima analisi, non era altro che l'espressione esatta, oltre che delle necessità storielle della società spagnola, anche di quelle della società dell'Italia meridionale, e che perciò la rivendicazione napoletana della Carta spagnola sembrava al Gramsci più storicistica di quanto paia (cfr. Il Risorgimento, Torino, 1954, p. 131). Il Lepre, a nostro avviso giustamente, sembra ohe non accetti questa troppo semplicistica e dcterminiticn tesi gramsciana sulla fortuna e sul significalo assunto dalla Costituzione del 1812 nell'ambito delle rivendicazioni e delle rivoluzioni pre-quarantottesche nell'Italia meridionale, però non si comprende bene quale sia in conclusione il suo punto di vista nei confronti della Costituzione spagnola. In più di un luogo, difatti, il Lepre la giudica come la più liberale a cai si potesse pensare nel tempo della Santa Alleanza (p. 47), anzi capace di imprimere una evoluzione alla società meridionale non soltanto in senso liberale, ma addirittura in senso democratico (p. 48); tuttavia, lo stesso Lepre più volte afferma che questa Costituzione si prestò ottimamente, nelle mani della classe dirigente moderata, come freno per imbrigliare le iniziative democratiche della parte più avanzata dello schieramento politico. Probabilmente in questo come in altri problemi, il Lepre ha voluto seguire le affermazioni del Franco-vicb, secondo il quale, la Costituzione spagnola rappresentò per i TU uraniani un punto di arrivo, la massima aspirazione, mentre per le correnti più democratiche, per i carbonari, essa non era altro che un inizio, consistendo la meta nella riforma terriera, all'interno, e nella propagazione dell'incendio rivoluzionario al resto della penisola, all'esterno (L'azione rivoluzionaria risorgimentale, etc., cit., p. 472-).
Manca poi nel Lepre, e sarebbe stato, come si è detto, assai opportuno tentarlo, qualsiasi approfondimento del rapporto tra la Costituzione e la società napoletana, o nel senso indicato dal Gramsci o in una direzione contraria. Probabilmente, però, un più particolareggiato stadio di questo problema avrebbe condotto ad una conferma di quanto era stato già intuito dallo Spini, cioè che, contrariamente a quanto aveva affermato il Gramsci, i motivi della popolarità e dell'affermazione della Costituzione di Codice fossero do attribuirsi a un vero e proprio mito politico, il mito appunto dello Costituzione di Spagna, vessillo di un popolo che aveva combattuto eroicamente per la sua libertà contro l'invasore straniero, mito die si collocavo in tutta una corrente d'entusiasmo per la Spagna, terra di grandi e di generose imprese (Realtà e mito della Spagna nelle rivoluzioni italiane del 1820-21, Roma, 1950, pp. 6-7). La stessa opinione dello Spini sulla fortuna della Costituzione di Cadice nelle rivoluzioni, nei pronunciamenti e nd pensiero politico dell'Europa prima dd 1848, era