Rassegna storica del Risorgimento

ARCHIVIO DELL'ABBAZIA DI MONTEVERGINE FONDI ARCHIVISTICI
anno <1968>   pagina <328>
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328 Libri e periodici
stiva, medievaleggiante immagine dell'A. ma anche amministrazioni municipali, banche, proprietà terriera, prestigio professionale e di famiglia, ai pari della vicina e più opulenta Brescia, dove la tradizione zanardelliana arroventava la situazione ma la rendeva anche più schematica e più suscettibile di colpi di scena clamorosi (le elezioni provinciali del 1895, l'esordio e il capolavoro di Montini, Tovini e Long! notti) che avrebbero rovesciato lo stato delle cose per lunghi decenni.
L*A. risponde benissimo ad entrambi i contraddittori stati d'animo con cui si accoglie la sua testimonianza! e perciò il libro si elabora e si chiude su una folla di interrogativi, nel che è forse, obbiettivamente, il maggior titolo di merito per un'opera di storia. Egli mette le mani con disinvoltura e profitto in segreteria di Stato, traccia profili a tutto tondo, incisivi, che ne accrescono il già grandissimo fascino, di uomini come Agliardi e Redini Tedeschi, dimostrando ancora una volta come sia impossi bile far storia di movimenti cattolici a qualsiasi livello senza farvi entrare cardinali e vescovi nel loro ruolo determinante (appunto perciò si resta male per quel Ram­polla che continua enigmaticamente a vedersi e non vedersi, per quei Respigbi e Vivès che non s'inabissano certo dopo il < fermo proposito , per Gasparri e Dalla Chiesa che vanno ben seguiti durante l'esilio del loro maestro ed il finale trionfo, che è correzione e rielaborazione di temi rampolli ani, del conclave del 1914). Ma, al tempo stesso, FA. mostra di sottovalutare nettamente la portata dell'opera di un Murri, che pur Gallarati Scotti reputava radicale ed insostituibile nel campo della cultura, come scoperta e desiderio di cose nuove, come ansia di ammodernarsi e met­tersi a ritmo, e perciò anche a sfida, della civiltà laica contemporanea. Si dica quel che si vuole dell'inconsistenza dilettantesca ed avventurosa di Murri politico, del suo inguaribile individualismo intellettualistico (che lo fa per tanta parte vicino ai sinda* calisti rivoluzionari, con molto Croce in più e parecchio Sorel in meno), della super­ficialità demagogica del suo approchemeru al socialismo, ma la riduzione, che l'A. tenta, del movimento cattolico alla preghiera, alla carità ed alla azione di certo intran* sigenlismo tradizionale ed annacquato (Albertario dov'è?) non può assolutamente sostenersi. Non sono Giolitti col suo sprezzante indifferentismo laico e Murri con le sue pose aristocratiche, le mille miglia lontane dall'organizzazione parrocchiale, i massimi ed unici responsabili, come pare all'Ai del revirement della Chiesa dopo il 1905. Esso trova la sua principale giustificazione, viceversa, all'interno del movi* mento etesso, che si ripiega e s'affloscia con i Tomolo ed i Pericoli dopo l'interes­sante tentativo di Pio X, molto ben documentato dall'Ai di uscire dall'impasse con una Soluzione di tipo tedesco, patrocinata dai Gesuiti e tutt'altro che immatura ed inopportuna in Italia, che cade soltanto per le esitanze della Curia, per essersi essa risolta a questi passi considerandoli un espediente, un male minore, rispetto all'esi­genza primaria di evitare il sorgere di un partito autonomo dei cattolici italiani. Questo partito Meda lo afferma all'interno della monarchia giacobina (e perciò con Ini finisce il cleri co-moderatismo e comincia più propriamente il fiancheggia­mento di gusto e di stile giolittiano), Sturzo lo costruisce giorno per giorno sulle istituzioni esistenti ma prammaticamente, prescindendo da esse sul piano ideologico, e proponendosi anzi di rovesciare e distruggerle con la forza dell'organizzazione cat­tolica. Ma Meda e Sturzo sono fuori della linea di Pio X (che non è che un vene-tismo ammodernato, meno temporalista ma più pugnacemente confessionale) e non si possono viceversa concepire senza Giolitti e Murri. Vi è una linea leoniana che la morte interrompe proprio alla vigilia dell'enuclearsi di un distinto, autonomo e preponderante gioii ttismo dalla grande tradizione liberale zanardelliana. In Gio* litti il presidente del consiglio si differenzia alquanto dal ministro dell'Interno, lo stesso venir meno della spinta anticlericale toglie vigore all'entusiasmo ed alla consa­pevolezza della resistenza cattolica: ed a Roma c'è un nuovo Pontefice, un homo novus, che non si pone problemi di democrazia nell'atto stesso in cui il riformismo della democrazia sociale governa Pltalia. Ecco perciò una forbice, un dilacera­mento che annulla gli uomini del centro, delle mezze misure ancorché oneste e coraggiose, che per un attimo erano parsi poter guidare e incanalare entro retti confini di alternativa politica e sociale il ribollimento murriano. Grosoli cade per