Rassegna storica del Risorgimento

AMARI EMERICO
anno <1968>   pagina <407>
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Emetico Amari
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con decoro, anche là circondato dal prestigio della sua professione (gli era stato affidato l'insegnamento del diritto costituzionale), dal rispetto degli amici, dalla considerazione dell'ambiente culturale, di cui è per l'appunto evidente testimo­nianza la pubblicazione della sua opera, patrocinata dalla genovese Accademia di filosofia italica. Dinanzi ai soci di questa Accademia, l'Amari aveva già letto alcuni capitoli della Critica, prima ancora che questa vedesse la luce per le stampe; e fu cedendo alle insistenze del fondatore e presidente della stessa Accademia, Terenzio Mamiani, che l'Amari acconsenti a pubblicare, il libro a Genova, sotto gli auspici dell'Accademia, invece che a Firenze, dove esso sa­rebbe stato accolto nelle edizioni di Felice Le Monnier. Tuttavia, il suo pensiero dominante restava la Sicilia, la nostra veneranda dolcissima madre Sicilia, tanto sconosciuta, anzi calunniata da chi meno dovrebbe. Sono parole ch'egli scriveva in una lettera dei 15 giugno 1858 diretta al letterato Lionardo Vigo di Acireale, per rallegrarsi con lui della pubblicazione d'un libro a sua cura, Canti popolari siciliani, avvenuta nello stesso anno 1857 in cui era apparsa la Critica di una scienza delle legislazioni comparate. E nel corso di quella let­tera prorompeva nell'esclamazione: Avete fatto bene a rammentare che si vive, si pensa e si scrìve anche ai fianchi dellEtna: e come si vive, si pensa e si scrivel Che siate benedetto. È incredibile la calcolata ignoranza in cui ai vive, o si vuol vivere, qui delle cose siciliane .ì
Parole, che sgorgavano da un animo esacerbato dalle delusioni patite nella vita politica, dalla lunga attesa di un riscatto alla libertà della terra natia, dalle difficoltà inevitabili di una vita di emigrato e di cospiratore, ansioso natural­mente di essere restituito alla sua piena dignità di cittadino. Dell'animo fre­mente di Amari costituisce un toccante documento la perorazione finale dello Indirizzo da lui steso a nome degli esuli siciliani nel dicembre 1856, e rivolto al primo ministro inglese del tempo, Lord Palmerston: Noi non domandiamo grazia, amnistia, ritorno dall'esilio: espedienti inutili, inadeguati ai mali della patria; non domandiamo nulla di nuovo, né di esorbitante, noi domandiamo, nel 1856, quello che domandammo nel 1848, nel 1820, nel 1812, nel 1648, nel 1282; domandiamo la ragione, il giusto, il necessario, domandiamo di non perire .a)
In una simile tensione morale, in tanto fervore d'esistenza, nasceva l'opera più alta e più meditala dello studioso palermitano, che oggi invitiamo a rileg­gere, considerandola sotto un duplice aspetto. Essa costituisce, infatti, uno dei contributi più significativi della cultura filosofico-giuridica italiana nel secolo decimonono; ma essa rappresenta insieme una proiezione, lungo la dimensione culturale, di una ben definita concezione politica, che caratterizza la figura di Amari nel quadro del nostro Risorgimento. Com'è stato giustamente osservato, Amari è forse l'unico tra i maggiori rappresentanti del Risorgimento sici­liano, la cui posizione politica discenda da presupposti ideologici e dottrinali cosi precisi e si inquadri in una così vasta concezione filosofica della realtà umana .3) La sua opera va perciò riconosciuta come emblematica d'una condi-
1) Lettera riportata da G. B. GRASSI-BEBTAZZI, Vita intima. Lettere inedite di L. Vigo e di alcuni illustri contemporanei, Catania, 1896, p. 198 e gg.
2) Il documento è riprodotto da TJ. DB MARIA, L'opera degli emigrati politici siciliani nel '56, Modena, 1919. L'episodio è illustrato da C. AVAIINA ai GUALTIERI, Ruggero Settimo nel Risorgimento siciliano. Buri, 1928, p. 193 e sgg.
s) Il giudizio è di G. LUMIA, Economia e polìtica nella vita e nelle opere di E. Amari, in // rìCcolo Giuridico * L, Sampolo , N.S., XXVIII, 1957, p, 81.