Rassegna storica del Risorgimento
AMARI EMERICO
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1968
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Vii Iorio Fratini
tore dei diritti della Sicilia, e dove firmò, con Ini e con i suoi compagni di missione, la protesta indirizzata al Papa per la sua allocuzione del 29 aprile, in cui Pio IX aveva dissociato la propria responsabilità dai moti dell'indipendenza italiana. Recatisi successivamente a Torino, i commissari vennero a contatto col Gioberti e con Cesare Balbo, e furono anche ricevuti da Carlo Alberto. Com'è noto* la missione fallì, giacché la sconfitta del Piemonte e poi della Sicilia poneva in eclisse le speranze risorgimentali. L'Amari, che nel marzo 1849 aveva fatto ritorno a Palermo, alla fine di maggio fu costretto a ripartirsene, diretto questa volta a Malta* poiché il suo nome era fra quelli dei 43 esclusi dal decreto di amnistia emanato dal generale Filangieri.
Malta non fu per lui che una tappa, a differenza di quanto avvenne all'antico Presidente del governo siciliano, Ruggero Settimo, che colà rimase, e ad altri esuli; egli invece proseguì per Genova, e di là giunse a Torino. In questa città, insieme a Francesco Ferrara e al cognato Vito d'Ondes Reggio, egli pubblicò nel 1850 un giornale. La Croce di Savoia, di ispirazione monarchica e federalista, con cui riprese la sua attività di pubblicista, poi proseguita anche in altre sedi, come 11 Corriere Mercantile di Genova e L'Economista di Torino, di cui divenne anzi nel 1854 un assiduo collaboratore, continuando a sostenervi le sue tesi in favore del liberismo. Nominato, come si è già riferito, professore di diritto costituzionale nell'università di Genova, nel dicembre 1859 passò come professore di filosofia della storia all'Istituto di studi superiori di Firenze, dove il 24 marzo 1860 pronunciò la sua prolusione sul tema: Del concetto generale e dei comuni principi della filosofia della storia.
È da osservare, che l'Amari mantenne sempre con fermezza, e persino con una certa rigidezza, la sua posizione politica: per lui il federalismo, anche dopo che fu svanito il sogno neoguelfo, continuò a rappresentare una formula conciliativa e risolutiva fra l'indipendentismo siciliano e l'unitarismo italiano. Fu solo dopo la liberazione della Sicilia con l'impresa garibaldina, allorché egli potè fare ritorno a Palermo nell'agosto del 1860, che la sua concezione politica subì un adattamento alle circostanze: come sempre, lo spirito equilibrato dell'Amari, saldo nei suoi principii ma non certo chiuso alle lezioni dell'esperienza, e nutrito di avveduto buon senso, seppe trovare quello che allora gli parve il nuovo juste milieu. Poiché la soluzione federalista si poneva ormai chiaramente nell'archivio di pratiche inevase della storia. Amari riconobbe l'opportunità e si fece sostenitore di una soluzione regionalistica, che consentisse la più larga autonomia amministrativa nell'ambito della più stretta unità politica: orientamento questo, che venne condiviso da altri rappresentanti della classe dirigente isolana, ansiosi di salvaguardare la tradizione storica locale e con essa i fermenti indigeni di libertà.1 Pertanto, egli rifiutò la nomina a vice Presidente del Consiglio di Stato straordinario, istituito dal prodittatore Mordini, per non avallare in tal modo l'avvenuta annessione della Sicilia. del pari rifiutò la nomina a professore di legislazione comparata nell'Ateneo palermitano, con cui si consacrava già la sua fama di autore della Critica; rinunziò alla presidenza del Consiglio superiore dell'istruzione pubblica per la Sicilia, a cui era slato chiamato da Michele Amari, divenuto ministro della P.I. a Torino; sempre nel timore di compromettere la sua coscienza politica. Accettò invece di assumere, il 7 gennaio 1861, il dicastero dell'interno nel consiglio di luogotenenza del
D V. la chiara trattazione di S. IVI. GANCI, L'autonomismo siciliano nello Stato unitario, in L'Italia antimoderata, Modena, 1968, p. 205 e sgg.