Rassegna storica del Risorgimento
CANTONI CARLO CARTE; GROPELLO CAIROLI STORIA SEC. XIX
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Libri e periodici
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opponeva, e cho per questo ricorreva (scomuniche a parte) alla protezione ed alle armi dello straniero. I quali stranieri non erano andati ma erano venuti in casa nostra appunto per salvare quel governo che senza tale aiuto avrebbe probabilmente corso l'ultimo dei suoi pericoli.
Premesso ciò, nessuno può né vuole mancare di rispetto a quei combattenti che ebbero ed hanno nel cuore gli ideali di libertà e di indipendenza dei popoli.
E quindi possiamo a questo punto salutare I/anno di Mentana riconoscendone il particolare pregio scientifico (da non dimenticare l'impeccabile bibliografia e le tavole f. t,), e la sua dichiarata definizione di contributo alla storia, e sentendoci nel tempo stesso, col nostro saluto, in armonia con quello tributato liberamente, trentanni fa, da due illustri storici Spellanzon e Monti pur essendo ciascuno di essi in posizioni ideologiche non troppo concordanti.
PIERO ZAMA
VILFREDO PARETO, Letires d'Italie; Genève, Droz, 1967, in 8, pp. VIM84. S. p.
Questa raccolta di corrispondenze e note critiche del Pareto edita nella collana delle opere complete diretta da Susino si apre con uno scritto di grande importanza dottrinaria e politica del 1876 dedicato all'argomento del giorno, le ferrovie italiane. Esso si pone come l'espressione di tutta l'atmosfera liberista e privatista toscana del salotto Peruzzi di coi il giovane ingegnere Pareto era fervidissima recluta, ohe aveva introdotto il germe d'una scissura insanabile nel seno della Deatra al potere e le cui sfumature culturali ed ambientali, a lungo tempratesi in una interminabile opposizione, attendono dalle cure assidue del Giacalone Monaco una ricostruzione adeguata. L'idolo polemico di Pareto è naturalmente Spaventa, il cui statalismo, già cosi ostico in punto di teoria economica, si colora di venature etiche e mitiebeggianti che erano le più adatte a suscitare la collerica mordacità dell'intransigente razionalista. Ma neppure Min ghetti si salva, l'uomo dei mezzi termini e del compromesso, lo statista che agli occhi del Pareto ha la responsahilità impagabile di essersi nutrito agli studi severi dell'economia classica e di essersene poi discostato per raggiungere i lidi di un limbo indefinibile tra il produttivismo ed il socialismo di Stato, una sorta di neofisiocrazia all'albeggiare della rivoluzione industriale, dove lo ha colto meritatamente la nemesi politica.
Il secondo gruppo di scritti, a tutt'oggi più noto, e certamente più indicativo per la formazione e la predilezione del Pareto pubblicista militante, occupa quattro anni esatti, dalla primavera 1891 a quella del 1895. L'ombra di CriBpi grandeggia ovviamente cosi all'inizio come al termine di questo periodo. Con lui, altrettanto ovviamente, il Pareto non ha nulla da spartire, né l'argomento richiede ulteriore disamina. Più interessante è soffermarsi sul giudizio del Nostro intorno ai responsabili della cosa pubblica e della finanza nazionale durante la parentesi che s'interpone fra i due e lunghi ministeri crispini. Il primo di essi, è noto, è caduto proprio su problemi di procedura ed espedienti finanziari, consegnando il potere ad uomini, Di Rudi ni e Luzzatti, che proprio e soltanto in questa occasione hanno dissociato la propria responsabilità da quella di una maggioranza di cui hanno fatto parte autorevole fino alla vigilia del voto. Pareto, che ha seguito con solidale simpatia l'opposizione radi* cale concretatasi nel patto di Homa, che aderisce alle vedute tecniche di politica economica democratica fatte valere sul Secolo da Luigi Diligenti (a quando uno studio d'assieme sul parlamentare aretino, già fatto conoscere efficacemente dalla scelta feltrinelliana dell'archivio Cavallotti?), che non ignora l'opera e il pensiero di giovani pugnaci come il Pantaleoni, Pareto dunque non può non ricordare questo peccato d'origine della pscudo nuova maggioranza, che ha sancito 1 metodi di finanza del Maglfani, che ad essi non ha saputo contrapporre, col Gìolittì, un'alternativa veramente valida. Di Luzzatti non si farà dunque che lodare l'abilità e la preparazione dottrinaria (doti che lo avvicinano singolarmente al collega francese Rouvier) ma di lui e del marchese siciliano non si sottolineerà mai abbastanza l'incapacità ad èva dere da una politica velleitaria e frammentaria le cui grandi linee sono imposte