Rassegna storica del Risorgimento

ARCHIVIO DELL'ARCADIA; BIBLIOTECA ANGELICA ARCHIVIO DELL'ARCADI
anno <1969>   pagina <311>
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Libri e periodici
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viera nella persona del Della Ganga dopo un improvviso ravvedimento del Consalvi. Per ben 15 intensissimi mesi durò la sua nunziatura, ma senza aleuti risultato con* ereto perché non gli fu possibile, in nessun modo, accordare le parti avverse. Persino il suo progetto di concordaio, che proponeva Monaco come sede metropoli tana e per ogni diocesi un proprio capitolo e un seminario con nomina ecclesiastica dei rettori e dei professori e con il mantenimento dei conventi esistenti, incontrò a Monaco, tutta preoccupata per le vittorie napoleoniche, una pessima accoglienza. Si decise perdo di recarsi a Parigi per ottenere un colloquio con Napoleone, ma anche codesta via del negoziato diretta fallì. Riparti pertanto per Roma, e vi giunse quando le truppe del generale Miollis avevano già occupato la città.
Nell'aprile del 1814, a Cesena, ebbe un altro incarico da Pio VII, che tornava dall'esilio, e cioè di una missione confidenziale a Parigi presso il re di Prussia, il quale intendeva concedere compensi a quanti (e tra costoro, naturalmente, si ere dette compreso anche il papa) avevano osteggiato Napoleone; e, contemporaneamente, o poco dopo, la missione gli fu confermata Botto la veste di nunzio straordinario in Francia con l'intento di reclamare dai sovrani alleati, che stavan trattando della pace, la restituzione degli antichi domini della Santa Sede. Il momento era tutt'altro che opportuno, tant'è che non ottenne altro che colloqui fugaci. Ma alcuni giorni dopo giungeva a Parigi anche il Consalvi con l'identico mandato e con l'ordine, per altro, che il Della Genga avrebbe dovuto dipendere per ogni evenienza da lui. Ben lieto ne fu il Segretario di Slato, perché era certo che dall'amico di vaste vedute politiche, in gran parte combaciami con le sue, avrebbe avuto un utile aiuto. Per altro il Della Genga fu assai spiaciuto del mutamento di poteri, anzi ne soffri tanto il suo fisico da ricadere, come già altre volte, in quella irrequietezza dello spirito che gli rodeva la salute. Chiese di ritornare in patria. E a nulla valsero le preghiere del Consalvi, le espressioni lusinghiere, le insistenze, le promesse di condurlo con sé a Londra o al Congresso di Vienna. Il 19 novembre, alquanto migliorato fisicamente, ma sem­pre moralmente depresso, si pose in viaggio per Roma per rinchiudersi ancora nel­l'Abbazia di Monticelli. Ma il Consalvi, anche se assai spiacente per la sua partenza, conservò sempre per lui un affettuoso ricordo ed una altissima scima. E io credo (e non vorrei errare) che, per la grande autorità che aveva in Curia, anche lui abbia contribuito alla sua promozione, due anni dopo, a cardinale e al primo posto tra 32 prelati.
MARINO CIRAVEGNA.
GIUSEPPE MARINIMI, Storia del potere in Italia. 1848-1967 (Collezione storica, 80); Firenze, Vallecchi, 1967, in 8, pp. 540. L. 6.000.
Come appare già sin dallo stesso titolo, i cento anni e passa che formano l'og­getto del libro di Giuseppe Maranini sono stati studiati da un particolare angolo visuale, originale ed inconsueto per la nostra storiografìa politica, e cioè da quello rappresentato dallo sviluppo delle istituzioni politiche, dalla formazione e dalla crisi delle varie classi dirigenti, ed infine dalle ideologie politiche su cui tali classi dirigenti si reggevano, in altre parole, dalle formule politiche, come le avrebbe chiamate un autore assai caro al Maranini, Gaetano Mosca.
É questo indubbiamente il pregio maggiore del lavoro dell'illustre studioso, in cui convergono, si può dire in ognuna delle sue pagine, le varie esperienze culturali attraverso cui è passato, e continua a passare, l'autore, quella cioè di scienziato poli* lieo (o di politologo, per usare un non certo bel neologismo importato dalla Francia), quella di scrittore politico, quella di giuspubblicista e di storico delle isti­tuzioni, ed. infine quella di storico tout court.
Il leit-motiv, il filo conduttore della trama del libro è costituito dalla trasfor­mazione del regime politico stabilito con la concessione dello Statuto albertino, trasformazione che, per il Maranini, ò avvenuta in un'unica direzione e cioè, da un sistema costituzionale e politico parlamentare, molto vicino al modello inglese.
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