Rassegna storica del Risorgimento

CRISPI FRANCESCO CARTE; MANCINI PASQUALE STANSLAO CARTE; MUSEO
anno <1969>   pagina <509>
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Libri e periodici
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fi pati dell'Elba, favorì l'accostamento dei due governi prussiano e italiano e la suc­cessiva alleanza, che l'Austria avrebbe potuto evitare se, riconoscendo il Regno d'Ita* Ha, accettando la soluzione della questione veneta e mettendo da parte l'intransigenza (propria dell'imperatore), avesse colta l'occasione storica di un accordo con Francia e Italia iu funzione auti-prussiana, in Germania. La convenzione di Gastein Cingilo '65), invece, se evitò al momento la rottura tra Austria e Prussia, mise in rhiaro, al di là della momentanea crisi, la possibilità (realizzabile) di un'alleanza tra Italia e Prussia, resa più facile dopo il fallimento della missione Mnlaguzzi a Vienna, e dopo gli accordi commerciali tra l'unione doganale tedesca e l'Italia. Non si trattava più di e attendere in Italia senza rinunciare alle clausole del trattato di Zurigo da tempo praticamente ineseguibili (p. 81); ma si trattava, per l'Austria, di considerare proprio il problema veneto la chiave per la soluzione della questione tedesca; il che non venne preso in considerazione neppure all'inizio del '66, allorché si incominciò a parlare di even­tuale guerra su due fronti (in Germania e in Italia), o venne rifiutata la proposta anglo-francese della cessione del Veneto con compensi territoriali. Dopo il trattato delT8 oprile tra Prussia e Italia è l'inutile tentativo di trovare un accordo con la Prussia, all'Austria, che non voleva contatti diretti con il nuovo regno italiano (e con Vittorio Emanuele), restava solo la carta francese; cedere segretamente il Veneto a Napoleone, ottenendo in cambio la neutralità in Germania (il che infine fu di van­taggio alla Prussia che potè sguarnire la frontiera sul Reno), ed una soluzione fede­rativa in Italia. Ben diverso fu il trattato del 12 giugno tra Francia ed Austria, e com­prensibile solo se si lien presente il preminente interesse austriaco in Germania: ces­sione del Veneto alla fine della guerra, indifferentemente dall'esito. L'esercito del sud doveva combattere in Italia per una cosa che anche il più grande eroismo non po­teva più salvare (p. 95), mentre con la sconfitta di Sadowa la monarchia asburgica ai trasformava nella monarchia danubiana.
RENATO GIUSTI
ELENA CUOCE, Silvio Spaventai Milano, Adelphi, 1969, in 8, pp. IX-316. L. 3500.
Dopo l'ampio rifiorire di studi sull'hegelismo napoletano che ha caratterizzato una certa produzione storiografica dell'ultimo periodo, ecco finalmente una ricerca biografica su quello che ne fu il maggiore esponente politico i: Silvio Spaventa. Con garbo di scrittrice e padronanza delle fonti documentarie Elena Croce ci ha dato una chiara ricostruzione storica della vicenda umana del maggior teorico dello Stato libe­rale italiano, di colui che, al termine quasi della propria vita pubblica, riflettendo sul­l'azione svolta dalla Destra, poteva dire con legittimo orgoglio : noi siamo una mili­zia del grande partito moderato liberale la cui origine e la cui fondazione risalgono appunto al tempo delle grandi sventure nazionali che seguirono agli entusiasmi e alle illusioni del Quarantotto f. Di quelle illusioni e di quelle speranze poco era rimasto dopo il fallimento della prima ondata rivoluzionaria, se non il rafforzamento di una volontà unitaria nelle file di quella borghesia liberale del Mezzogiorno risoluta ad integrarsi in unitalia rinnovata. Già ZI Nazionale* fondato da Silvio Spaventa nel ÌM[',. rappresentava un programma di azione politica in questo senso; ma la soppressione del giornale par opera della censura borbonica non interrompe l'attività del suo fon­datore che fino all'arresto continua Ja sua lotta dagli scanni del Parlamento. Con i Borboni ormai la rottura totale: come bene mette in luce Elena Croce, verso la dinastia Spaventa, dopo la sfida del '48 ed il processo del *49, non scorge possibilità di compromesso. Si viene quindi formando in Silvio quel terribile giudìzio sull'ope­rato della monarchia meridionale destinato ad essere proprio di tutta la generazione liberale che ha condannato f Borboni per l'eredità che essi lasciavano di mali seco­lari aggravati dairimnicsrhiuimento che si era prodotto negli interessi della classe dirigente locale e dalla coltivazione del l'intinto reazionario delle plebi (p. 156) . La condanna a morte, commutata in quella all'ergastolo, gli aveva così offerto la possi­bilità, di meditare nello durezza solitaria e triste di un carcere squallido sui maggiori