Rassegna storica del Risorgimento

GUERRA MONDIALE 1914-1918
anno <1969>   pagina <536>
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536 l Augusto Torre l
la quale prevedeva con precisione i casi nei quali l'Italia avrebbe dovuto intervenire: ora l'azione del governo di Vienna, appoggiato ed incoraggiato da quello di Berlino, era nettamente offensiva. Quindi l'Italia non era af­fatto obbligata a schierarsi a fianco delle alleate. Ma, oltre questa ragione formale, ve ne era una sostanziale: qualora la guerra avesse portato alla vittoria degli Imperi centrali, la prima conseguenza sarebbe stata il predo­minio austro-ungarico nei Balcani, predominio che, oltre a danneggiare gli interessi dell'Italia, avrebbe messo questa in gravissimo stato di infe­riorità di fronte alla sua vicina ed alleata, con tutte le conseguenze dan­nose che la storia precedente poteva far prevedere. Il governo italiano, quindi, dichiarò la neutralità.
Il conflitto, però, apriva altri problemi, problemi vecchi, necessaria­mente rimasti fino allora insoluti. E questi problemi erano quelli delle terre ancora irredente, e che ora inevitabilmente si presentavano con ur­genza, e di fronte ai quali il governo italiano era costretto a prendere un atteggiamento concreto e preciso. Quale fu questo atteggiamento?
Nostro ministro degli esteri era allora Di Sangiuliano, uno dei migliori mìnistri che l'Italia abbia avuto in quel settore e, nonostante i giudizi sevèri di Alberimi e Salvemini, degno di essere messo alla pari con Visconti-Venosta e Robilant. Uomo di grande ingegno, senza essere diplomatico di mestiere, si era fatta in politica estera una preparazione di prim'ordine gra­zie all'ottima conoscenza delle lingue, ai viaggi in Europa e fuori d'Europa, agli articoli su giornali e riviste, alle relazioni e ai discorsi alla Camera. Era Ministro degli esteri dal marzo 1910, quindi nessun mistero esisteva per lui sulla politica internazionale. Non si faceva nessuna illusione sugli uomini, dei quali sapeva valutare pregi e difetti; dotato di molto spirito era facile all'ironia su tutto e su tutti. Anche nei momenti più gravi e difficili non sapeva rinunciare ad un motto di spirito, ad una buona risata, ad una osservazione umoristica su uomini e cose, magari ad uno spiritoso saluto in latino maccheronico. Foche ore prima di morire scrisse una poesia scherzosa sui suoi funerali e sull'atteggiamento degli uomini politici che vi avrebbero partecipato, poesiola che non si legge senza commozione. Il suo scetticismo amaro era piuttosto una signorile affettazione, una forma di difesa contro le insidie altrui, ma in realtà esso nascondeva un fondo in­tensamente patriottico e talora perfino sentimentale. Giolitti, che di uomini se ne intendeva, scrive di lui che aveva la capacità, piuttosto rara, di con­siderare le cose in tutte le loro facce prima di prendere una risoluzione; come pure di fare giusta ragione alle critiche che si potevano opporre alle sue vedute, assimilando le opinioni degli altri . Per la grandezza della sua patria era capace fare di tutto. All'on. Barzilai dichiarò: Quando si tratta dell'Italia, io non ho vincoli di sistemi e di dottrine, non ho pregiu-