Rassegna storica del Risorgimento

DONIZETTI GAETANO; GIOVINE ITALIA
anno <1970>   pagina <77>
immagine non disponibile

Donizetti e la Giovine Italia
77
non è il Verdi, pur non potendosi escludere una sua inclinazione verso i prò-blemi nazionali, specie quando la risoluzione di essi gli avesse potuto dare il modo di meglio esplicare la sua arte, bisognosa di indipendenza e di libertà. Così, ad esempio, egli escludeva che una sua farsa potesse rappresentarsi alla Scala nel 1844, esclamando: La mia farsa non è cosa, con quella censura! no, no....*)
Non gradiva, dunque, difficoltà, ed anche seccature, che gli sarebbero po-tute venire dalTincontrare, se non dal frequentare, i non rari esponenti dei fuoruscitìsmo italiano concentratisi a Parigi.
Tra questi il medico Gaspare Belcredi di Pavia, che aveva partecipato ai primi conati mazziniani di Lombardia, maturati tra Bergamo e Brescia nel 1833, sotto l'impulso, tra gli altri, di Gabriele Rosa d'Iseo. Dovendo il Donizetti ape dire nel luglio 1839 un cannocchiale all'amico Antonio Dolci, ai preoccupava di non suscitar sospetti sulle sue idee che liberali, in fondo, dovevano essere avvalendosi del rientro in patria del Belcredi, e così scriveva: ... Aggiungi a ciò che non voleva darlo a Belcredi e ciò non per lui poveretto, ma, dissi, essendo esule graziato si visiterà tutto, qualche cosa, ed il far vedere intima conoscenza con persone graziate, potea dar pensiero a qualcuno .s)
Al principio del 1841, tuttavia, egli non mancava di annotare, in una let­tera al maestro Antonio Dolci, di aver lasciato Parigi la vigilia delle Ceneri di Napoleone (15-12-1840) e qualche mese dopo di ricordare al cognato Anto* nio Yasselli la cerimonia parigina del ventesimo anniversario del trapasso del Buonaparte, alla quale egli aveva partecipato: Ieri [5 maggio] fui al servizio per la morte di Napoleone. Era toccante il vedere tutti, quelli che servirono, cer­tuni avevano perfino l'uniforme d'allora tarlato, rotto, smunto; molti l'avevano fatto di nuovo. Baciavano il cappello, la corona imperiale; piangevano, e Mon-cey, il decano Maresciallo, che ha quasi cento anni, era in grande uniforme .8)
C'è, però, da notare che, falliti i moti mazziniani che tra l'altro non tur­barono la Lombardia gli spiriti si adagiarono come in una atmosfera di quasi rassegnazione, attente le popolazioni più agli eventi del fervido nostro roman­ticismo musicale ed ai rumorosi carnevali, che non alla congiura ed alla aspet­tazione di cose nuove, quelle che avrebbero messo all'erta il popolo qualche anno dopo, all'apparizione di Pio IX. Il Donizetti pensava all'arte, alla gloria e pur generoso e disinteressato magari anche al denaro, piuttosto che a far politica. Ed infatti, su presentazione del Rossini, nella primavera del *42 era alla Corte di Vienna, come fa lui stesso cenno in una lettera dell'll maggio 1842 a Giovanni Ricordi; S.A. Mettermeli mi invitò per lunedì a pranzo...... *)
L'essere divenuto, come a volte si firmava, Direttore di Concerti di Ca­mera di S.M.I.R.A. e compositore di Corte non gli dispiaceva e discorreva in alcune lettere pervenuteci dei graditi incontri con le arciduchesse, con gli uomini politici sulla cresta dell'onda e col Mettermeli stesso sotto braccio , che gli faceva il cicerone dell'appartamento...; mentre, scrive, in perfetta tenuta ed
1) Lettera de) 21 febbraio 1844 a Teodoro Gherri, in GUIDO ZAVAOINI, ap. cii., lettera 544, p. 730.
fi) GUIDO ZAVAIHNI, op. ciL, leu. 323, p. 498.
8) GUIDO ZAVAOINI, op. di,, leu. 354, p. 529; leu. 362, pp. 536-537, al cognato A. VnsBeIJi del 6 maggio 1841.
4) GUIDO ZAVAMM, op. cri., leu. 412 e 413, pp. 598 e 600.