Rassegna storica del Risorgimento
SOCIET? SOLFERINO E SAN MARTINO
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Vita dell'Istituto
malinconico ad aspettale i congressisti convinto che avrebbe dovuto presto notare un largo numero di defezioni.
Non che fossero molli, quelli clic giunsero alla spicciolata, ma le temute defezioni si contarono sulle dita e invece si verificarono inattesi e graditissimi arrivi. Insomma pochi sì, ma non soltanto linoni, ottimi addirittura; gente venuta coll'onesta intenzione di seguire il Convegno, di ascoltare le relazioni, di partecipare ai dibattiti: in conclusione un gruppo di autorevolissimi studiosi che consentirono fin dalla prima giornata di fare un bilancio positivo.
La mattina del 25 infatti, dopo il saluto del Sindaco e del Presidente dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Ghisalberti, il presidente della Società, Eugenio Artom, aprì il Convegno. Ricordò prima con commosse parole la figura di due scomparsi, Roberto Cessi e Enrica Viviani della Robbia, poi entrò nel tema, che era come è nolo, Crispi e il suo tempo . Relazione lucida e insieme appassionata in cui Artom pose in luce le sue incertezze; le sue perplessità nel considerare questa figura contraddittoria sulla quale egli preferi non pronunciare un giudizio che poteva essere dettato da una scarsa simpatia verso l'uomo: avrebbe atteso quel che avrebbero detto gli altri, convinto che i relatori avrebbero portato elementi che avrebbero permesso di giudicare Crispi con serenità.
E i relatori scesero io campo, uno dietro l'altro, ferratissimi. Cominciò Luigi Lotti (Crispi e il Parlamento) a dare una precisa idea delle difficoltà elle dovette superare lo Statista per reggersi con una maggioranza fluida, mutevole, per difendersi dagli attacchi che provenivano da una istituzione che proprio non era di suo gusto: il Parlamento. Gaetano Falzone (La Sicilia di Crispi) non tradì le sue origini e si erse a difesa, sorretta da documenti inediti, del suo conterraneo: Crispi prima di essere siciliano si dichiarò e fu sempre italiano.
Fausto Ponzi, la mattina dopo, in una documentata relazione sulla politica interna dal 1893 al 1896, dimostrò che lo Statista non aveva un carattere angelico: duro coi colleghi, coi prefetti, intollerante con la stampa di opposizione. Fernando Manzoni (Crispi e la politica estera) però rovesciò le posizioni. Crispi non fu un convinto triplicista, il trattato lo trovò già concluso e lo dovette subire. E neppure si può dire che fosse anti-irredentista. La posizione ufficiale non gli consentiva in quel momento di esprimere i suoi "veri sentimenti che pure non nascose mai in privato. Insomma, una difesa del suo operato.
Il che naturalmente provocò la reazione nel pomeriggio: Carlo Giglio (Crispi e l'Etiopia) e Renato Mori (Crispi e la Triplice) furono tra i più severi accusatori del Siculo. La leggerezza con cui furono condotte le trattative con PEtiopia e col Tigre, la gollofobin ostinata, ottusa; il triplicismo ad ogni costo, non per una larga concezione politica, ma solo per l'ostinato rancore col quale Crispi conduceva la politica estera costituirono materia delle relazioni documentate dei due egregi studiosi. Interventi a iosa: Emilia Morelli, Arturo Carlo Jemolo, Eugenio Artom, Narciso Nada, Rodolfo Mosca, Giovanni Calò, Pierre Guiral, Adam Wandruszka scesero in campo, chi a difendere chi a ribadire le accuse. Ma l'ultima parola doveva essere riservata ai difensori.
Dopo una interessante visita al Musco storico navale della Spezia, i congressisti, nel pomeriggio del 27 settembre si riunirono ancora per ascoltare una relazione straordinaria di Arturo Carlo Jemolo e la relazione di chiusura di Alberto Maria Ghisal-berti, 0 primo pose in luce le doti positive di Crispi, il suo interessamento prezioso al buon andamento deU'amministritzione, qualità insolita in un ministro, l'altro collegò l'opero sua ai concetti mazziniani, agli ideali del Risorgimento, di una Italia grande e forte come la volevano Mazzini e Crispi.
Né condanno, no assoluzione, come del resto doveva essere, ma solo un approfondito studio di questa appassionante figura.
Se poi si pensa che il giorno dopo, con un tempo magnifico, che ha sempre favorito il Convegno, i congressisti chiusero le riunioni con una splendida gita u Porto-venere, che un pranzo in comune confermò la caratteristica dei Convegni toscani, la