Rassegna storica del Risorgimento

SOCIET? SOLFERINO E SAN MARTINO
anno <1970>   pagina <180>
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Vita dell'Istituto
malinconico ad aspettale i congressisti convinto che avrebbe dovuto presto notare un largo numero di defezioni.
Non che fossero molli, quelli clic giunsero alla spicciolata, ma le temute defe­zioni si contarono sulle dita e invece si verificarono inattesi e graditissimi arrivi. In­somma pochi sì, ma non soltanto linoni, ottimi addirittura; gente venuta coll'onesta intenzione di seguire il Convegno, di ascoltare le relazioni, di partecipare ai dibattiti: in conclusione un gruppo di autorevolissimi studiosi che consentirono fin dalla prima giornata di fare un bilancio positivo.
La mattina del 25 infatti, dopo il saluto del Sindaco e del Presidente dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Ghisalberti, il presidente della Società, Eugenio Artom, aprì il Convegno. Ricordò prima con commosse parole la figura di due scom­parsi, Roberto Cessi e Enrica Viviani della Robbia, poi entrò nel tema, che era come è nolo, Crispi e il suo tempo . Relazione lucida e insieme appassionata in cui Artom pose in luce le sue incertezze; le sue perplessità nel considerare questa figura contraddittoria sulla quale egli preferi non pronunciare un giudizio che poteva essere dettato da una scarsa simpatia verso l'uomo: avrebbe atteso quel che avrebbero detto gli altri, convinto che i relatori avrebbero portato elementi che avrebbero permesso di giudicare Crispi con serenità.
E i relatori scesero io campo, uno dietro l'altro, ferratissimi. Cominciò Luigi Lotti (Crispi e il Parlamento) a dare una precisa idea delle difficoltà elle dovette su­perare lo Statista per reggersi con una maggioranza fluida, mutevole, per difendersi dagli attacchi che provenivano da una istituzione che proprio non era di suo gusto: il Parlamento. Gaetano Falzone (La Sicilia di Crispi) non tradì le sue origini e si erse a difesa, sorretta da documenti inediti, del suo conterraneo: Crispi prima di essere siciliano si dichiarò e fu sempre italiano.
Fausto Ponzi, la mattina dopo, in una documentata relazione sulla politica interna dal 1893 al 1896, dimostrò che lo Statista non aveva un carattere angelico: duro coi colleghi, coi prefetti, intollerante con la stampa di opposizione. Fernando Manzoni (Crispi e la politica estera) però rovesciò le posizioni. Crispi non fu un convinto triplicista, il trattato lo trovò già concluso e lo dovette subire. E neppure si può dire che fosse anti-irredentista. La posizione ufficiale non gli consentiva in quel momento di esprimere i suoi "veri sentimenti che pure non nascose mai in privato. Insomma, una difesa del suo operato.
Il che naturalmente provocò la reazione nel pomeriggio: Carlo Giglio (Crispi e l'Etiopia) e Renato Mori (Crispi e la Triplice) furono tra i più severi accusatori del Siculo. La leggerezza con cui furono condotte le trattative con PEtiopia e col Tigre, la gollofobin ostinata, ottusa; il triplicismo ad ogni costo, non per una larga conce­zione politica, ma solo per l'ostinato rancore col quale Crispi conduceva la politica estera costituirono materia delle relazioni documentate dei due egregi studiosi. Inter­venti a iosa: Emilia Morelli, Arturo Carlo Jemolo, Eugenio Artom, Narciso Nada, Ro­dolfo Mosca, Giovanni Calò, Pierre Guiral, Adam Wandruszka scesero in campo, chi a difendere chi a ribadire le accuse. Ma l'ultima parola doveva essere riservata ai difensori.
Dopo una interessante visita al Musco storico navale della Spezia, i congressisti, nel pomeriggio del 27 settembre si riunirono ancora per ascoltare una relazione straor­dinaria di Arturo Carlo Jemolo e la relazione di chiusura di Alberto Maria Ghisal-berti, 0 primo pose in luce le doti positive di Crispi, il suo interessamento prezioso al buon andamento deU'amministritzione, qualità insolita in un ministro, l'altro col­legò l'opero sua ai concetti mazziniani, agli ideali del Risorgimento, di una Italia grande e forte come la volevano Mazzini e Crispi.
Né condanno, no assoluzione, come del resto doveva essere, ma solo un approfon­dito studio di questa appassionante figura.
Se poi si pensa che il giorno dopo, con un tempo magnifico, che ha sempre favo­rito il Convegno, i congressisti chiusero le riunioni con una splendida gita u Porto-venere, che un pranzo in comune confermò la caratteristica dei Convegni toscani, la